Sentenza Raggi. Cosa succederà e la lunga ombra di Salvini

Politica

Sabato 10 novembre sapremo se la Raggi continuerà ad essere sindaco di Roma o se il Comune sarà commissariato. E’ definitivamente tramontata l’ipotesi di una “resistenza aventiniana” dei fedelissimi (la sua maggioranza), agitando lo stendardo del Movimento “fuori del Movimento”. Un po’ come il modello-Pizzarotti, eretico grillino, con consenso grillino e oltre.

D’altra parte, i vertici pentastellati non sembrano poter fare ulteriori distinguo rispetto al loro codice etico originario, che già hanno edulcorato per la Sindaca, portando l’incompatibilità al terzo grado di giudizio e non più al primo, e imponendo la valutazione dei singoli reati, caso per caso: il massimo della concessione garantista). Vertici che hanno e avrebbero tutto da perdere. Primo, l’immagine (sembra che dall’opposizione al governo non riescano ad esprimersi virtuosamente); secondo, entrerebbero in rotta di collisione con i loro princìpi. L’anti-corruzione e la trasparenza devono valere per tutti. Pure per i numeri uno.

E d’altra parte, l’accusa mossa alla Raggi è pesante: falso in atto pubblico è il reato contestato. Secondo la Procura la sindaca di Roma avrebbe mentito all’Anticorruzione sulle procedure seguite nella nomina di Renato Marra a capo del dipartimento Turismo. Lei si è sempre difesa ribadendo la versione data ai funzionari dell’Anac: avrebbe agito “in piena autonomia”. Ma per l’accusa ci sarebbe lo zampino di Raffaele Marra, fratello di Renato, ex braccio destro della sindaca, arrestato nel 2016 per corruzione.

E il ruolo di Raffaele Marra è stato ritenuto sempre molto pesante fin dalla formazione del governo capitolino. Riassumiamo: dopo il suo legame con Alemanno, lui diventa protagonista pure al fianco della Raggi, che proprio a ottobre 2016, procede come da normativa dell’Anticorruzione alla rotazione di 40 dirigenti comunali. Tra loro c’è anche il fratello di Raffaele, Renato Marra, che con ordinanza firmata dalla prima cittadina il 9 novembre viene promosso dalla Polizia Locale alla guida della Dipartimento Turismo, con aumento di stipendio.

Come da prassi Raggi per la nomina si consulta anche con gli uffici del Personale, e l’ordinanza viene controfirmata dal capo dipartimento, appunto, Raffaele Marra. Ma davanti all’Anticorruzione del Comune si intesta in toto la scelta, escludendo qualunque interferenza del suo braccio destro, nonché fratello del dipendente promosso.

Per i pm, alla luce di un conflitto di interesse in atto, ci sono gli estremi per indagare la sindaca Raggi, che a gennaio 2017 risulta iscritta nel registro per abuso d’ufficio e per falso ideologico. A sostegno della difesa dalla prima accusa ci sono conversazioni private con Raffaele Marra, in cui si evince come Raggi non fosse a conoscenza dell’aumento di stipendio insito nella promozione. E infatti a settembre 2017 la Procura archivia l’accusa.

Rimane però in piedi il falso. La sindaca all’Anac aveva sostenuto di aver fatto tutto in autonomia. Ma dagli scambi con Marra finiti agli atti, l’accusa evince che la procedura sarebbe stata seguita a braccetto. Raggi avrebbe quindi messo nero su bianco, in carte ufficiali, una versione non vera dei fatti.

I pm le contestano quindi il falso documentale, ma senza l’aggravante prevista dall’articolo 61 numero 2 del codice penale, di aver commesso il reato per eseguirne o occultarne un altro, ovvero l’abuso di ufficio per il quale è stata chiesta l’archiviazione.

Dieci giorni fa, il 25 ottobre, sarebbe stata interrogata per tre ore dal procuratore aggiunto Paolo Ielo. E ha ribadito la stessa versione.
In caso di condanna, Raggi rischia una pena da uno a sei anni. Nessuna legge dello Stato prevede che lasci l’incarico per il reato di falso ideologico (che non rientra nella legge Severino). Ma il vero problema, quello politico che interessa l’intera città, è il regolamento del Movimento Cinque Stelle, che prevederebbe le dimissioni a seguito di una condanna, anche solo, appunto, di primo grado.

Tutto questo mentre Roma annega nella sporcizia, nel caos, nel degrado e nei disservizi.

Ma c’è chi lavora dietro le quinte per preparare i futuri scenari politici: si tratta di Matteo Salvini che pensa a Roma per estendere ulteriormente la sua influenza e dare una spallata elettorale ai suoi soci di governo. Un modo per vincere senza passare per traditore, visto che i grillini perderebbero la faccia, in caso di condanna della Sindaca.
Salvini sta giocando, infatti, su due tavoli: la Meloni come finta alternativa politica, che lo farebbe rientrare nel centro-destra storico; e un leghista tosto (in caduta libera le chances della Saltamartini), per confermare la strategia “pigliatutto”. E la seconda ipotesi sembra la più accreditata.

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