Primarie dem, il futuro è copiare? Minniti pensa a Salvini, Renzi a Macron

Politica

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Prima osservazione: non c’è una donna candidata alle primarie dem, un nome rosa per guidare un partito che, evidentemente, non difende più i diritti di tutti, ma come da tradizione recente, i diritti dei pochi, dei “maschi”, delle lobby, delle caste, dei banchieri e dei cittadini già garantiti (e non è un caso che molti italiani disoccupati o a rischio povertà abbiano abbandonato la sinistra).

Seconda osservazione: l’annuncio in pompa magna della discesa in campo di Marco Minniti (che ha sciolto le riserve), non sembra una notizia, ma una smentita.
Visto che Renzi sta pensando ad altro, l’ex ministro degli Interni, si è buttato nella mischia, liberandosi dell’etichetta renziana, e assumendo finalmente una sua dimensione personale autonoma.

Andrà direttamente a competere con l’altro nome forte, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. Per il momento, gli altri competitor, da Boccia a Giachetti a Nardella, a Calenda, stanno al palo, condannati alla marginalità o al calcolo futuro della geopolitica interna.

Ma al di là dei nomi, l’importante è scoprire l’idea di partito che i due attuali antagonisti più accreditati hanno. Per ora, non si capisce molto. Zingaretti pensa a un fronte allargato ai radicali, ai cattolici sociali, alla sinistra tosta. Una sorta di Ulivo 2.0.
Minniti, oltre al fatto di sembrare un leghista di sinistra, non ha prodotto una sua concezione alta. Vedremo.

Un bel rebus per un partito passato dal 40% al 17%. Non più social-democratico, non più democratico, non più laburista, non più clintoniano, non più liberale di massa, non più riformista, non solo radical.
Che sia tutta una manfrina per preparare il terreno al nuovo partito di Renzi? Un partito civico, sociale, solidale, bandiera della classe media?
Fino a qualche tempo fa Renzi lo aveva chiamato “progetto Macron”. Ma con l’aria francese che tira, usare tale definizione non porta bene.

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