Manifesti sessisti, Meluzzi attacca: “Femminismo a senso unico, rischio è cultura del burqa”

Interviste

Divampa la polemica sulla pubblicità di una nota marca di olio lubrificanti, che ha esposto dei manifesti a Milano e in altre città con su riprodotta una donna mezza nuda, con il fondo schiena completamente in mostra ed in posa ammiccante. Si è gridato al “sessismo”, al punto che il Comune di Milano è intervenuto per far rimuovere i cartelloni. Eppure non è la prima volta che il corpo della donna viene messo in mostra a fini pubblicitari. Non è forse vero che per anni importanti settimanali e riviste hanno fatto ricorso a copertine hot per aumentare la tiratura? E quanti altri marchi hanno pubblicizzato i loro prodotti cercando di catturare l’attenzione del consumatore utilizzando le donne nude come specchietto? Perché oggi quella pubblicità fa così tanto scandalo? Ne abbiamo parlato con lo psichiatra Alessandro Meluzzi, attento opinionista e acuto osservatore dei cambiamenti in atto nella società, anche quelli culturali e di costume.

Cosa pensa della polemica innescata dai manifesti definiti “sessisti” dell’olio lubrificante? Ha fatto bene il Comune a rimuoverli?

“Penso siano segnali molto preoccupanti, perché in nome del politicamente corretto, della difesa della donna, della sua dignità, si rischia di affermare una cultura oscurantista, per certi versi prossima a quella del burqa. Se nel passato si fosse ragionato in un’ottica simile, probabilmente non avremmo avuto la meravigliosa Venere del Botticelli, la Maya Desnuda di Goya o le straordinarie figure femminili riprodotte da Tiziano Vecellio. La rappresentazione del corpo nella sua totalità è un qualcosa che definirei oscillante. Visto che spesso è stata oggetto di forme anche estreme di moralizzazione. Come non ricordare ad esempio il braghettone che mise le mutande a Cristo nel Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina.  Quando si verificano certe forme di puritanesimo non è mai un buon segnale, soprattutto sul piano della tolleranza e della libertà”. 

Però non potrà negare che spesso e volentieri certe immagini effettivamente offendono la dignità della donna, riducendo il loro corpo quasi ad uno specchietto per le allodole. Come trovare un giusto equilibrio?

“Nessuna donna credo possa sentirsi offesa dall’esibizione di un corpo femminile. Se così non fosse non avremmo avuto tutta la moda delle minigonne, dei bikini, dei topless. Laddove si è tentato di reprimere la raffigurazione del corpo lo si è sempre fatto per reprimere la libertà in generale. Non vorrei che il politically correct in nome di una buona intenzione, apra in realtà la strada ad una visione repressiva come quella che vige nel fondamentalismo islamico. Direi che in questo caso politicamente corretto e integralismo marciano di pari passo”.

C’è chi sostiene che oggi sono altre le forme di offesa della donna tipiche della società libertaria che spesso passano inosservate. Condivide?

“Siamo in presenza di una forma di femminismo a senso unico che si indigna per cose futili e tace invece sulle ragazze che vengono molestate per le strade delle nostre città da chi, come molti immigrati africani, hanno della donna un concetto di possesso, di proprietà e di rapina. Si finiscono per ingigantire falsi problemi nascondendo i veri”.

C’è chi fa notare come gli stessi che si scandalizzano per un corpo nudo utilizzato per una pubblicità, non si indignano invece di fronte all’utero in affitto. Come risponde?

“Verissimo. L’utero in affitto è una forma estrema di violenza praticata sul corpo della donna. E anche qui sembra che nessuno si scandalizzi del fatto che la donna venga sfruttata e il suo ventre trasformato in un incubatoio per fabbricare figli come una qualsiasi macchina fabbrica oggetti”.

Allusioni cafone ci sono sempre state e c’è chi ha fatto pure carriera su questo. Ci sono anche qui allusioni ed allusioni? Due pesi e due misure?

Il doppiopesismo è una caratteristica del pensiero politically correct che consente ogni tipo di libertà agli amici, riservando agli avversari la repressione e la censura. Giusto difendere il buongusto e la dignità della donna, ma se lo si fa con riferimento a certe vicende chiudendo sistematicamente gli occhi su tante altre per ragioni puramente ideologiche, sempre di cattivo gusto si tratta”. 

Condividi!

Tagged