Brexit. Dopo l’accordo le vere partite: per la May e per la Ue

Politica

Comunque vada sarà un insuccesso. L’Intesa sulla Brexit produrrà i suoi effetti e non saranno positivi. Il Consiglio dei 27 Capi di Stato e di governo dell’Unione Europea, pur avendo concordato con Theresa May, la separazione consensuale, sa perfettamente che per la premier inglese si aprirà da oggi in poi, la partita più difficile.
Nella frase del presidente della Commissione Juncker, infatti (“il giorno più triste per l’Europa), c’è tutta la perfidia che abbiamo imparato a conoscere per tutte le vicende che hanno riguardato l’Italia (ad esempio, lo scontro con Salvini sulla Manovra), vestita però, di formalismo diplomatico.
Primo, perché l’uscita del Regno Unito non è una rimessa per la Ue: gli inglesi dovranno sborsare per gli accordi pregressi la bellezza di 40 miliardi di sterline. Secondo, non è detto che l’accordo stesso regga.

Per la May iniziano adesso le forche caudine inglesi: il partito unionista, suo fondamentale alleato, ha già fatto sapere che non approverà il compromesso con Bruxelles; i laburisti, ovviamente, diranno no (per mere ragioni politiche); tra i conservatori c’è maretta. Una parte, i fan e sodali del governo, sono entusiasti; un’altra parte cospicua, parla di Brexit moscia, ridicola, incolore e trascinati da Boris Jhonson, alzeranno il tiro per farla dimettere e cambiare leader del partito conservatore.
Insomma, quasi sicuramente la vittoria della May, si trasformerà in una sconfitta in parlamento per mancanza di numeri.

E lei si sta preparando alla guerra: dopo il 3 dicembre il suo governo pubblicherà un libro bianco per illustrare i benefici dell’accordo, considerato “l’unico possibile”. E tra il 10 e il 12 dicembre il Parlamento dovrà pronunciarsi. E poi, la palla tornerà nuovamente all’approvazione dei singoli governi europei.
E se perderà, da dimissionaria porterà l’Inghilterra al voto, o i conservatori traghetteranno la dipartita inglese, restando in sella?
Scenari tutti aperti. E intanto sta spuntando un’altra ipotesi: l’accordo non viene approvato, e il Regno Unito esce comunque, ma resta nello spazio economico, come insegna il modello norvegese.
Insomma, sul banco non c’è solo il risultato di un referendum che in molti (gli europeisti) vorrebbero ripetere, ma l’assetto della Ue in vista delle elezioni. Un assetto che potrebbe essere smontato sia dalla Brexit, sia dall’eventuale avanzata continentale dei populisti. Apripista di altre Brexit.

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