Salvini a Roma. Ecco gli effetti della sua piazza: il nuovo partito popolare

Politica

E ora? Quali esiti avrà la piazza leghista dell’8 dicembre? Matteo Salvini ha fatto un doppio passo, all’indietro e in avanti. Pensata come l’Opa del Carroccio su Roma, dando per scontata la condanna della Raggi e il voto capitolino (e quindi, l’inizio della vera guerra civile con Di Maio), la kermesse si è dovuta velocemente trasformare in un’altra cosa.

Indubbiamente piazza del Popolo, questa volta, è stata molto diversa dal primo appuntamento “fisico” con la capitale di Salvini, tre anni fa. Allora c’era una Lega di opposizione, ancora essenzialmente padana, bossiana, con un consenso basso, che tentava, come altre volte nella sua storia, lo sbarco in Terronia.
Sbarco con gli alleati di Casa Pound, che hanno avuto almeno il merito, in quell’occasione, di riempire gli spazi vuoti.
Sabato, invece, la piazza è stata abbastanza piena (chi scrive ha avuto modo di toccarla con mano): molto apparato, molti militanti, tre treni e parecchi pullman (circa 300, basta moltiplicare per cento cadauno); parecchi curiosi, molti interessati ad avvicinarsi al capo di turno, pochi romani, molti ex di destra degli anni Settanta.
Ma ciò che conta, è il segno che Salvini ha impresso urbi et orbi: una Lega2.0.

Nessun riferimento agli ex alleati, Fi e Fdi. Evidentemente per lui, non contano più, come non conta più il centro-destra di matrice berlusconiana. Con due partiti (gli azzurri e la Meloni), secondo i sondaggi, in continua “decrescita infelice”.
E poi, il rapporto col governo (altro aspetto interessante): nessun richiamo a Conte, una sola citazione a Luigi (nemmeno chiamato per cognome, per ribadire un rapporto familiare e amicale), subito seguito da un colpo di scure: “Mai le tasse sulle macchine”. Come dire, su questi argomenti rompo. Come ha forzato su sicurezza, immigrazione e infrastrutture.

Insomma, una Lega che si appresta a scendere in campagna elettorale. Ma quale? Le elezioni europee sicuramente, e qui Salvini in piazza, ha fatto capire lo scenario: una Lega della Leghe che, rappresentando tutti i sovranismi, obbligherà il Ppe a fare un governo europeo di centro-destra, mutando gli equilibri e gli indirizzi culturali e ideologici di Bruxelles. A questo punto, la Manovra, oggetto del famoso braccio di ferro, diventa marginale: tanto le riforme “eversive” (reddito di cittadinanza, Fornero e altro), come si comprende, subiranno un ritardo, giusto per accontentare tutti.

E, altra possibilità nei pensieri di Salvini, le elezioni politiche anticipate (ammesso che il capo dello Stato Sergio Mattarella conceda lo scioglimento delle Camere. Lo farà solo se avrà una carta tecnica alla Draghi-Monti tra le mani). Ed è ormai chiaro che Salvini, sempre più, al di là delle rassicurazioni (Di Maio stai sereno, non porta bene), stia tirando la corda con i grillini, per far saltare il banco. Tanto vince sempre: se i grillini abbozzano, lui guadagna punti e battaglie; se si mettono di traverso, si va al voto e la Lega incassa, monetizza, il suo 30% dei sondaggi.

Infatti, piazza del Popolo, è sembrata una piazza “post-pre-democristiana”. L’esaltazione moderata (e non più barricadera) e di buon senso della Lega di governo, dei primi sei mesi “vincenti”, della squadra professionale di governo (con musiche epiche, enfatiche da Signore degli Anelli e musica classica, opera). Tante fonti nuove cui attingere (papa Giovanni Paolo, Martin Luther King, e non a caso, Alcide De Gasperi). Dove è finito Miglio? Evidentemente la Lega aspira ad essere il “nuovo partito popolare italiano”.
I discorsi dei ministri, da Fontana alla Bongiorno, sono stati tutti simbolici, astratti, accompagnati da slogan altrettanto simbolici (le radici cristiane, i Crocifissi nelle scuole, il Natale, la sicurezza, l’immigrazione), ma nessun accenno alle leggi, ai temi dirimenti e conflittuali con i grillini. Molta forma e poca sostanza.

E la gente? Tante bellissime bandiere delle identità italiane (lombardi, calabresi, marchigiani, piemontesi, veneti, siciliani, friulani), pure bandiere russe, e qualche tricolore. Espressione dell’unione italiana federalista (il nazionalismo alla le Pen non è stato ancora metabolizzato in profondità), ultimo retaggio bossiano. Tante bandiere per andare dove? La gente non l’ha capito. Salvini sì. Quale è stata la colonna sonora con cui ha chiuso l’evento? “Vincerò”, cantata da Pavarotti. Sinonimo di “Vincere” di mussoliniana memoria.

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