Primarie dem. I renziani si dividono in due, mentre Renzi si fa il suo partito

Politica

Se qualcuno ha avuto modo di decodificare tra le righe, Matteo Renzi a Porta a Porta, dietro parole rassicuranti ed scientificamente evasive, in realtà ha confermato quello che tutti pensano da tempo: la sua nuova strategia.
Non ha detto che non farà un nuovo partito personale. Ha specificato che “non rientra nelle sue intenzioni al momento”. E la comunicazione è una cosa seria. Specialmente in politica. I leader nelle fasi strategiche di cambiamento hanno l’obbligo di non dire, di non svelare le carte, ma nemmeno possono negare gli scenari futuri (altrimenti sarebbero accusati di falso). La politica, infatti, è l’arte di conciliare l’assoluto del pensiero col reale possibile.

Un’ipotesi di lavoro, quella renziana, di costruire un nuovo soggetto civico liberal o radicale di massa, che non sarà “contro” il Pd, ma “alleato” del Pd. E l’ex premier come l’ha ammesso? Dicendo che lui (di fronte alle statistiche che danno la sua neo-creatura al 12%) “non pensa a quote minoritarie, ma alla maggioranza degli italiani, per governare (la nostalgia del 40% delle scorse europee)”.
Il che significa che il suo partito farà parte di una coalizione (termine che ha usato un paio di volte) di centro-sinistra; un Ulivo2.0. Un po’ quello che sostiene da mesi Calenda, l’ex ministro, che ha proposto un fronte repubblicano riformista anti-populismo.

Una tattica molto chiara e la prova provata è che Renzi ha abbandonato le logiche e dinamiche interne del Pd. Lasciando i renziani a scannarsi tra loro, tra la “sindrome degli orfani” e la voglia di “riscatto dal padre”, affrancandosi una volta per tutte dal macigno toscano.
Che fine avevano fatto, nel frattempo, quei cento parlamentari che l’allora segretario aveva messo in posizioni comode nelle liste elettorali il 4 marzo scorso? Si erano sfilacciati (modello Boschi), ma ora, con le primarie avviate, si stanno riposizionando.

Un’operazione non senza traumi o lacerazioni. Si è visto con Minniti-candidato, figlio pentito di Renzi, che non è riuscito ad emergere come profilo autonomo, al punto che si è dovuto ritirare dalla corsa, nella speranza di una telefonata (che non è mai arrivata) del suo ex capo (per una importante sponsorizzazione), o nella speranza di far parte del suo prossimo partito.
E i restanti renziani? Sono polverizzati in due tronconi: una sorta di bipolarismo che rasenta la bipolarità (il riformismo sta diventando un viatico a 360 gradi). Lorenzo Guerini sta trattando con Martina per una lista di convergenza politica. Con lui, Marcucci, la Morani, Malpezzi, Fiano. E sul versante opposto, Giachetti in ticket con la Ascani, alla testa di un drappello che vede anche Ceccanti, Romano, Nobili e Marattin.
Gentiloni e Del Rio? Interloquiscono con l’altro personaggio forte delle primarie, non renziano: Zingaretti. Ma loro si sono già beccati da Renzi il marchio di infamia di traditori.

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