Il miglior virologo al mondo è italiano, si chiama Giulio Tarro e noi de Lo Speciale abbiamo avuto l’onore di intervistarlo nei mesi scorsi durante l’infuocato dibattito sull’obbbligo vaccinale (LEGGI QUI). Allievo di Albert Sabin (l’inventore del vaccino contro la poliomielite), più volte candidato al Nobel per la Medicina, ha ricevuto il premio di virologo dell’anno dall’Associazione internazionale dei migliori professionisti del mondo (IAOTP). La cerimonia si è svolta all’Hotel Plaza di New York. Oltre ad aver ricevuto innumerevoli riconoscimenti e incarichi durante la sua lunga carriera Tarro, con la sua biografia, verrà anche inserito nella rivista TIP (Top Industry Professionals) e premiato con l’Albert Nelson Marquis Lifetime Achievement Award dall’Associazione internazionale dei migliori professionisti, con la biografia pubblicata sul The Wall Street Journal. Noi de Lo Speciale lo abbiamo raggiunto.
Professore, soddisfatto di essere stato riconosciuto come miglior virologo al mondo?
“E’ una cosa che sicuramente dà soddisfazione, anche perché non è che gli americani dispensino riconoscimenti così a mani libere. Tenga conto poi che questo premio arriva alla fine di un crescendo di successi. Avevo già avuto l’onore di comparire sulla copertina della prestigiosa rivista Millenium, dopo che la mia biografia era stata premiata dall’Enciclopedia americana fra le migliori al mondo. Il sei novembre scorso avevo poi avuto una citazione con foto sul Wall Street Journal”.
Che cosa rappresenta per lei tutto questo?
“Tutto per me ha sempre rappresentato un trampolino di lancio, quindi indipendentemente dall’età anagrafica sarà un nuovo stimolo ad andare avanti e fare sempre meglio. La scienza non ha età”.
Il suo successo è il frutto di un lavoro sul campo anche critico oltre che scientifico e allineato?
“Direi che mi sono sempre mosso sul filo dell’eresia. Basti pensare che nei primi anni ottanta del secolo scorso, sono stato uno dei primi a fare da pacemaker all’immunoterapia dei tumori. All’epoca ero considerato un eretico insieme a pochi altri, mentre oggi assistiamo a premi Nobel assegnati proprio in questo specifico campo. Anche gli ultimi due Nobel per la medicina sono andati a scienziati che operano nel campo dell’immunoterapia dei tumori. Io avevo pubblicato testi su questa materia almeno dieci anni prima di loro, anche se su riviste medico-scientifiche ovviamente prestigiose ma meno famose delle loro. Poi negli anni sessanta quando ero allievo di Sambin ho iniziato a studiare la possibilità di associare i virus normali ad alcuni tumori dell’uomo, e anche allora venivo considerato eretico rispetto a ciò che oggi è scontato”.
Questo Nobel arriverà prima o poi? Pensa che dopo questo riconoscimento sia più vicino?
“Diciamo che questo è un ulteriore tassello sulla strada del Nobel. Ma tenga conto che qui entrano in gioco vari elementi anche decisamente complessi. Quindi è molto difficile prevedere se questa possibilità un giorno o l’altro si concretizzerà davvero. Quello di oggi certamente potrebbe essere un ulteriore passo in avanti”.
Ritiene che in Italia stia pagando una sorta di ostracismo per le sue posizioni, anche qui “eretiche” (?), sui vaccini? Lei si è sempre detto contrario all’eccessivo numero delle vaccinazioni e questo quanto ha dato fastidio?
“Io non sono contrario ai vaccini ma ritengo che non debba esserci l’obbligo. Venendo dalla sana scuola americana sono da sempre un convinto fautore della persuasione. Ritengo che i genitori debbano essere i primi responsabili della salute dei propri figli e questa responsabilità può essere ottenuta persuadendo sull’importanza delle vaccinazioni. Purtroppo va anche detto che in Italia vige un’ignoranza scientifica molto diffusa che non troviamo invece nei Paesi anglosassoni o in quelli scandinavi. Loro possono scegliere liberamente, senza alcuna imposizione, noi invece abbiamo bisogno dell’obbligo. Non è quindi che siamo all’avanguardia rispetto agli altri, è vero l’esatto contrario. Dobbiamo obbligare perché non siamo capaci di persuadere. e questo se vogliamo è un fallimento della scienza. Ho pubblicato quest’anno un libro intitolato ‘Dieci cosa da sapere sui vaccini’ che mi ha chiesto di scrivere la Newton Compton Editori e che ha avuto un grosso successo, pur non essendo stato pubblicizzato in maniera massiccia. E’ uscito l’otto marzo e a maggio era già in cima alle classifiche. A dimostrazione di come l’argomento interessi a fondo l’opinione pubblica”.
C’è un proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”. Lei si sente tale?
“Guardi, è sicuramente così, ma devo dire che la gente mi conosce e tanti mi contattano o sui social o tramite lettera. E allora mi sono reso conto che l’opinione pubblica ha di me un’idea completamente diversa rispetto a quella che da più parti si cerca di far passare”.
Ma chi sono i suoi nemici?
“Una volta erano i cosiddetti baroni che non sopportavano lo scienziato arrivato dall’America che si portava dietro pure i finanziamenti per la ricerca e se ne fregava di tutti loro. Mi sono scontrato spesso con la burocrazia, la disorganizzazione, la non meritocrazia, la gerontocrazia. Ancora oggi devo fare i conti con l’ostilità di chi pretende di detenere il monopolio della scienza e della ricerca. Ma io non mi sono mai piegato a queste logiche e mai lo farò. Proprio questa è stata la mia forza. A gennaio ricorrerà il quarantennale della mia scoperta sul cosiddetto ‘male oscuro di Napoli’, ossia il famoso virus delle infezioni respiratorie che provocava un’elevata mortalità fra i bambini. Fui il primo a scoprirne le cause isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite. Anche per questo in America mi hanno dato l’importante riconoscimento di miglior virologo al mondo. Se mi fossi lasciato condizionare dal clima ostile che regnava intorno a me, probabilmente non sarei arrivato dove sono oggi”.



