Quota 100 e reddito di cittadinanza, Rinaldi: “Ecco dove sta la svolta”

Interviste

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto “decretone” che contiene le misure riguardanti il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni. In pratica i due pilastri su cui si fonda l’alleanza gialloverde e il contratto di governo fra Lega ed M5S. Il premier Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Mattero Salvini hanno presentato i contenuti del Decreto in un’apposita conferenza stampa in cui hanno anche azzardato delle previsioni. Lo Speciale ha intervistato l’economista Antonio Maria Rinaldi, animatore del sito Scenari Economici, docente di economia e da sempre molto critico con le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea. Quella stessa austerità che oggi è rinnegata anche dal presidente della Commissione Ue Juncker.

Con quota 100, ovvero l’andata in pensione a 62 anni di età con 38 anni di contributi versati, il governo prevede un milione di nuovi pensionati nei prossimi tre anni. E’ così?

“Iniziamo con il dire che quota 100 è soltanto un’opportunità che viene concessa su base volontaria. Quindi può accedervi liberamente chi lo ritiene conveniente per tutta una serie di situazioni personali e familiari. I numeri quindi ritengo siano molto difficili da preventivare. Penso che questa cifra sia leggermente elevata se pensiamo che questo primo anno la platea che tiene conto di situazioni già maturate nei precedenti anni, si aggira nell’ordine dei 400mila. Arrivare ad un milione in tre anni mi sembra una previsione un po’ troppo azzardata”.

Salvini si è detto però sicuro di riuscire entro il 2022 a mandare tutti in pensione con quota 41, da intendere come anni dei contributi versati. E’ possibile questo scenario?

Dipenderà tutto dalle risorse. Ogni provvedimento potrà essere attuato e migliorato nella sua completa configurazione nella misura in cui sarà possibile investire su di esso le risorse necessarie. L’obiettivo della quota 41 sarà possibile se il governo nei prossimi anni riuscirà a recuperare i soldi che ha messo in conto. Questo oggi non possiamo saperlo, ma non significa che il traguardo non possa essere raggiunto”.

C’è chi in queste ore sta contestando che si possa parlare di superamento della Legge Fornero. C’è stata effettivamente la svolta annunciata dal governo o no?

“E’ molto semplice. Prima non era possibile andare in pensione con quota cento, lo spirito della Legge Fornero era quello di mangiare la minestra indigesta avendo come unica alternativa quella di buttarsi dalla finestra. Con il Decreto di oggi si concede la possibilità alle persone di poter andare in pensione su base volontaria senza dover seguire gli obblighi restrittivi imposti dalla Fornero. Mi pare che la differenza sia sostanziale”.

Si poteva fare di più?

Si può fare sempre di più e meglio in ogni cosa. C’è un dato di fatto da considerare, ossia che fino ad oggi non si era fatto nulla. L’importante era partire ribadendo dei principi e questo obiettivo è stato conseguito. Poi con il tempo tutto potrà essere perfezionato, si avranno più risorse, si potrà ampliare la platea dei destinatari. Il primo passo da fare nell’immediato era rompere il muro, e questo è avvenuto”.

Da più parti però si sta parlando dell’arrivo di una nuova fase recessiva. Non c’è il rischio che poi all’atto pratico tanti buoni propositi restino lettera morta se questo scenario dovesse concretizzarsi?

Se saranno confermati i dati che stanno arrivando da tutto il mondo, sarà ancora più necessario evitare gli errori mostruosi fatti nel passato. Quindi sarà fondamentale mettere in campo maggiori interventi in favore della crescita e dello sviluppo e non politiche di austerità. Se in un nuovo momento di crisi non si sentirà il bisogno di dare aiuto alle popolazioni e si insisterà invece con il rigore, significherà non aver capito fino in fondo la lezione. Ma mi pare che anche Juncker alla fine l’abbia imparata. Solo certi politici italiani evidentemente vivono ancora sulla luna”.

A proposito di crescita, c’è chi come Forza Italia insiste nel dire che il reddito di cittadinanza è l’esatto contrario di una politica in favore dello sviluppo restaurando la concezione di Stato assistenzialista. E’ davvero così?

“Il reddito di cittadinanza non è affatto una misura assistenziale perché va in aiuto di persone che non hanno redditi compatibili con una vita dignitosa. Vorrei ricordare che i famosi 80 euro di Renzi, che hanno pesato per ben dieci miliardi sui conti dello Stato, erano indirizzati a persone che già lavoravano e che quindi avevano uno stipendio. Stavolta i soldi andranno invece nelle tasche di chi non lavora. Ma attenti, perché nel dispositivo che istituisce il reddito di cittadinanza, c’è una norma chiave che prevede sgravi fiscali per le aziende che assumeranno persone che percepiscono il sussidio. La vera svolta sta tutta qui. Se un’azienda assumerà a tempo indeterminato un cittadino che usufruisce del reddito, potrà godere della somma residuale sui diciotto mesi previsti dal programma. Questa misura è importantissima e credo sarà il miglior incentivo per nuove assunzioni”.

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