Berlusconi, Galli della Loggia, giù le mani da Luigi Sturzo

Politica

E’ imbarazzante assistere, in tv, sui giornali, e anche su Avvenire, alla cerimonia funebre di un gigante, che ha rappresentato tanto per la storia politica italiana (addirittura con spunti profetici sulla crisi della democrazia). Una cerimonia funebre mascherata da elogio.
Ed è fastidioso vedere come oggi forze politiche o esponenti di importanti famiglie culturali, che poco c’entrano col popolarismo, tentino di tirare per la giacchetta il sacerdote di Caltagirone.

Il tema, infatti e purtroppo, attiene alla presenza del cattolici in politica. Questa è la reale ragione per cui si compiono certe operazioni dall’alto.
Presenza che si vuole impedire, esorcizzare, ma solo utilizzare (fa comodo un elettorato cattolico smembrato, diviso, irrilevante, ma ancora serbatoio di voti). Una presenza, certamente inferiore rispetto al 1919, anno in cui venne fondato il Partito popolare, ma ancora capace di rappresentare una buona fetta di opinione pubblica.

Galli della Loggia parla di don Sturzo come del precursore della liberal-democrazia, come dire, non c’è bisogno attualmente di un soggetto autonomo dei credenti, ci siamo già noi, i liberali, gli eredi.

Berlusconi, ritornando per l’ennesima volta in campo, parla dell’Appello ai Forti e Liberi, come fosse patrimonio di Fi, e dimenticando che gli azzurri sono una cosa estremamente diversa dai valori rappresentati dal popolarismo, anche se sulla carta fanno parte del Ppe (a sua volta mutato rispetto alle premesse iniziali). Oggi Fi è liberista in economia e laicista sui temi etici. E Don Sturzo non era né filo-capitalista, né liberista, né laicista.

Ebbe con la gerarchia ecclesiastica e con la stessa Dc un rapporto di amore-odio, di obbedienza-sofferenza, di convergenza e polemica. Non dimentichiamo che la Chiesa lo costrinse all’esilio perché diventato ingombrante e pericoloso (il Ppi, malgrado la diaspora del gruppo parlamentare, collaborazionista con Mussolini, si stava opponendo al fascismo e al futuro Concordato del 1929).

Non dimentichiamo che la Chiesa ritardò al massimo il suo ritorno dagli Usa, per non infastidire la nuova leadership di De Gasperi, ambigua sulla scelta istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Non dimentichiamo che don Sturzo propose, prima di morire, un’alleanza civica per Roma, a metà anni Cinquanta, con cattolici, liberali, monarchici e missini, per impedire ai social-comunisti la conquista del Campidoglio (“la culla della cristianità e della civiltà”); alleanza che De Gasperi vedeva come fumo negli occhi.
Tutte cose che offrono un altro spaccato di Don Sturzo.

E poi i valori. E’ vero che Don Sturzo parlò a lungo nei suoi scritti del rapporto tra democrazia e libertà: la democrazia per lui, senza la libertà è statalismo, la libertà senza la democrazia è licenza.

Ma non bisogna collegare questa visione dell’uomo, della persona, all’individualismo liberale anti-statalista e a liberismo economico. Anche se entrò in rotta di collisione con La Pira, Dossetti e Fanfani per la loro visione eccessivamente pubblica di Welfare (più vicina al dna di Romolo Murri), Don Sturzo si richiamava alla dottrina sociale della Chiesa (la terza via tra il capitalismo e il marxismo), e aveva in testa l’idea del primato della società, il federalismo solidale, la sussidiarietà, le regioni come enti identitari, comunitari e imprenditoriali.

Un umanesimo spirituale, basti leggere i suoi trattati specifici come la sociologia del soprannaturale, che nulla hanno e avevano a che vedere col materialismo, l’egoismo economico e sociale.
E poi, ricordiamo la sua profezia (molto prima dei grillini, dei populisti etc): i mali della democrazia, sono la corruzione, la partitocrazia e lo statalismo.

Al di là delle strumentalizzazioni, restano le sue intuizioni: che la religione cattolica, oltre a riguardare la sfera individuale è l’elemento costitutivo e fondante dell’identità italiana, e il vero, unico, collante della democrazia e della libertà, quelle vere. Per questo il Ppi fu un partito “di” cattolici, non cattolico; un partito aconfessionale, alternativo al socialismo, al vecchio liberalismo risorgimentale e anticlericale e al nascente fascismo.

Aggregare, come fanno molti pensatori liberali, il Ppi alla casa liberale, è un errore. Democrazia e liberalismo storicamente dialogano ma non si devono sovrapporre, identificare.
Il partito unico dei credenti resta il vulnus della nostra democrazia, specialmente dopo la Dc, e il fallimento dello schema dei credenti uniti sui valori, ma divisi sulle appartenenze politiche.
L’unica cosa veramente cambiata è il perimetro della società italiana. Nei primi del Novecento era fortemente ancorata alla coscienza e collante cristiano, oggi è totalmente secolarizzata.

E’ l’avviso ai naviganti e a tutti quelli che intendono richiamarsi ai moniti e inviti della Chiesa circa la politica come suprema forma di carità, i credenti come protagonisti del bene comune: senza partito omogeneo sui valori non si va da nessuna parte. L’associazionismo cattolico (dall’Opera dei Congressi in poi), è prezioso, ma insufficiente a combattere sul terreno delle leggi e del cambiamento storico. Anche questo ce l’ha insegnato Don Sturzo.

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