Pamela, parla Meluzzi: “Anniversario in sordina. Cosa si nasconde dietro l’omicidio”

Interviste

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Un anno fa a Macerata veniva uccisa Pamela Mastropietro. Al momento c’è un solo accusato dell’omicidio, il pusher nigeriano Innocent Oseghale, che dopo la morte della giovane, avvenuta nella propria abitazione, ha fatto a pezzi il corpo, come da lui stesso ammesso, e nascosto i suoi resti dentro due valigie. La Procura di Macerata è convinta, sulla base delle perizie effettuate, che Pamela sia stata prima stuprata, poi uccisa e fatta a pezzi e che Oseghale non abbia agito da solo, anche se non è stato possibile inchiodare i suoi presunti complici comunque individuati: la difesa del nigeriano sostiene invece che sia morta in seguito ad un’overdose di eroina, che non vi sia stata violenza sessuale e che Oseghale abbia sezionato il corpo per poterlo portare fuori dalla propria casa senza destare sospetti. Sull’ipotesi della violenza sessuale si è anche innescato nei mesi scorsi un braccio di ferro fra la Procura e il Gip a detta del quale l’accusa di stupro, su cui insistono gli inquirenti, non sarebbe supportarta da elementi certi.  Lo Speciale ne ha parlato con lo psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi, fra i primi a denunciare in Italia i pericoli connessi alla diffusione sul territorio nazionale della mafia nigeriana con i suoi metodi e rituali spietati.

Un anno fa veniva uccisa Pamela Mastropietro. Nei giorni scorsi la Procura di Catania ha arrestato 19 soggetti appartenenti ad un pericoloso clan della mafia nigeriana che pare spacciasse droga dentro e fuori il Cara di Mineo, compiendo stupri e violenze di vario tipo. Come commenta?

“Ho provato la dolorosa soddisfazione politica, umana e professionale, di aver utilizzato per primo il termine mafia nigeriana proprio nei giorni dell’omicidio della povera Pamela, in un video girato da Guido Crosetto. Quel video messo in rete ottenne otto milioni di visualizzazioni. Fui attaccato da ogni parte, insultato, offeso, calunniato, anche minacciato per aver osato utilizzare quella parola proprio in riferimento alla tragica morte della giovane romana. Secondo qualcuno in quel modo incitavo l’odio e la caccia contro gli stranieri. Come diceva Lenin i fatti alla fine hanno la testa dura e si presentano in tutta la loro evidenza”.

E’ sempre più convinto quindi che la mafia nigeriana c’entri con l’omicidio di Pamela, fermo che c’è un processo in corso e che spetta ai giudici stabilirlo?

Certo, e oggi ne sono ancora più convinto alla luce dell’inchiesta sul Cara di Mineo da dove, ricordiamolo, è uscito anche l’ivoriano che ha massacrato quella coppia di Catania in modo orribile. Mi pare gli sia stata riconosciuta la semi infermità mentale e la cosa più preoccupante è che, oltre a sottovalutare così un fenomeno che a mio giudizio ha poco a che fare con la sanità mentale, non esistono nemmeno strutture eventualmente in grado di curare certe pericolose devianze. Che esista la mafia nigeriana ormai è sotto gli occhi di tutti, basti pensare che soltanto lo scorso anno sono entrati in Italia più di 40mila immigrati nigeriani. Molti di questi temo siano arrivati qui già reclutati a monte da un’organizzazione criminale capillare, che ha ormai assunto il monopolio sul traffico di droga e sullo sfruttamento della prostituzione minorile, oltre che sul commercio di organi. Organizzazioni che sono anche responsabili delle guerre di mafia a Castel Volturno e zone limitrofe per il controllo del territorio”.

Tornando a Pamela, il suo anniversario sta passando in sordina, nessuno ne parla. Si è fatto un’idea del perché?

“Credo che il culmine sia stato raggiunto con la negazione di una commemorazione pubblica da parte del Comune di Macerata, decisione che giustamente ha indignato la famiglia Mastropietro. Il fatto è che Pamela e le tante piccole martiri come lei e la povera Desiré, sono l’emblema del grave pericolo che l’Italia sta correndo. Un Paese in cui orde di persone arrivano senza alcuna possibilità di inserimento sociale, non soltanto perché non vi sono le condizioni oggettive, ma anche perché molti di questi immigrati vengono qui già con l’idea di delinquere. In questa situazione di emergenza occorrerebbero ben altre misure rispetto a quelle messe in campo. Servirebbe prima di tutto un blocco navale delle partenze dalla Libia. Il presidente Sarrāj ha detto che ci sono circa 800mila persone pronte a partire. Il problema non sono i 47 disperati della Sea Watch, ma i 47 milioni in partenza dal Sahel e dall’Africa sub sahariana e diretti in Europa. Mi dice lei come si può pensare, di fronte ad una previsione del genere, di poter combattere la mafia nigeriana con i soli strumenti di Polizia giudiziaria?”.

Dietro al caso di Pamela Mastropietro cosa si nasconde davvero?

“Si nasconde purtroppo una vasta rete criminale che vede la mafia nigeriana operare prima, durante e dopo gli sbarchi dei migranti in Italia, perché anche gli scafisti il più delle volte sono integrati nell’organizzazione. Chi non capisce questo evidentemente è reso cieco dal buonismo imperante che continua a far credere che le migrazioni siano un fenomeno spontaneo e inevitabile. Chi si rende complice degli arrivi, ritengo non compia affatto un atto umanitario, ma criminale. La vicenda di Pamela poi è emblematica, perché ci mette davanti agli occhi una realtà ancora più sconvolgente”.

Ossia?

“Quella di una preistoria che vive fra noi in barba ad ogni minima regola di civiltà. Lo dimostrano chiaramente i riti scoperti nell’ambito dell’inchiesta di Catania che pare venissero imposti agli affiliati per entrare a far parte della mafia nigeriana. Ci sono alcune città, nelle zone tribali della Nigeria, nelle cui vie si commercia ancora oggi la carne umana, ci sono filmati e inchieste a documentarlo. Il problema è che questa preistoria non è fatta solo di machete con cui fare a pezzi le persone, non soltanto di cannibalismo, ma anche di computer e smartphone, una preistoria dunque con i piedi saldi nel presente che usa i moderni strumenti della tecnologia per poter agire con la massima spietatezza. Temo che le forze dell’ordine non siano neanche del tutto attrezzate per fronteggiare questa grande piaga”

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