Sentenza Vannini, parla Bruzzone: “Qual è l’aspetto più inquietante”

Interviste

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Il Procuratore Generale della Corte d’Appello avrebbe voluto estendere l’accusa di omicidio volontario all’intera famiglia Ciontoli nel processo di secondo grado per la morte di Marco Vannini, il 20enne ferito da un colpo di arma da fuoco in casa della fidanzata a Ladispoli nel 2015 e morto, secondo l’accusa, a causa di un assurdo ritardo nel chiamare il 118. I giudici non soltanto hanno confermato le pene inflitte in primo grado per omicidio colposo alla fidanzata di Marco, alla madre e al fratello di lei, ma hanno ridotto la pena anche a carico del padre Antonio Ciontoli che si è autoaccusato di aver sparato per errore il colpo che ha ferito mortalmente Marco. In primo grado era stato condannato a 14 anni per omicidio volontario, mentre in appello i giudici hanno ridotto la pena a cinque anni contestando, anche nel suo caso, il solo omicidio colposo. L’indignazione della madre di Marco è stata tanta, l’opinione pubblica è rimasta sconcertata, sui social si sono scatenati tutti contro quella che è stata definitiva, nel migliore dei casi, una sentenza “incomprensibile”. Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone che ha seguito il caso molto da vicino.

Dottoressa Bruzzone, ci aiuti a capire: come è possibile una divergenza così netta fra il giudizio di primo grado e il secondo, per altro di fronte ad una richiesta della Procura generale che puntava ad estendere l’accusa di omicidio volontario all’intera famiglia Ciontoli?

“Guardi, è molto difficile adesso capire con precisione per quale motivo i giudici di appello hanno deciso di ridurre così drasticamente la pena a carico di Antonio Ciontoli, confermando quelle dei suoi familiari. Il vero problema non è tanto l’ammontare della pena, quanto il fatto che è stato derubricato il reato a suo carico, non più omicidio volontario come stabilito in primo grado, ma colposo. Dovrò leggermi le motivazioni per farmi un’idea. Resto tuttavia convinta della validità dell’impianto accusatorio del Procuratore generale che aveva chiesto la condanna per omicidio volontario dell’intera famiglia Ciontoli, ed ero altresì convinta che si sarebbe potuti andare in quella direzione. Anche la sentenza di primo grado relativa alla posizione di Antonio Ciontoli mi sembrava ragionevole. Ora questi giudici scompaginano tutto. Le sentenze vanno sempre rispettate, ma faccio una fatica immensa a capirne le ragioni”.

Ora l’ultima parola spetterà alla Cassazione. Che speranze hanno i familiari di Marco di avere quella giustizia che ritengono essergli stata negata?

La Cassazione non entra nel merito, dovrà valutare l’iter del processo e stabilire se tutto si è svolto nel rispetto delle procedure previste dal codice penale. Laddove dovesse ravvisare un errore procedurale o una valutazione non in linea con ciò che stabilisce il codice, potrà annullare la sentenza di appello e rinviare ad un nuovo dibattimento. Al momento non sono in grado di dire che scenari potranno o meno aprirsi”.

La madre di Marco ha commentato: “Io condannata all’ergastolo, senza Marco e senza verità”. Cosa si sente di dire?

Non riesco proprio ad immaginare cosa possa essere passato per la mente dei familiari e di tutte le persone che amavano Marco. Basti pensare che cinque anni è la pena massima prevista per una truffa. Capisce bene quanto l’indignazione possa essere in questo caso perfettamente legittima”.

Qual è l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda?

“L’elemento centrale resta la ritardata chiamata al 118. Nel momento in cui ci si rende conto di aver fatto del male ad una persona, ancora di più se in maniera involontaria o accidentale, la prima cosa da fare è tentare di salvarla. In questo caso invece, come hanno confermato le indagini, si è pensato in quella casa di fare tante altre cose,  tranne che la cosa più normale e logica del mondo, chiamare l’ambulanza. Mi pare molto difficile a questo punto ritenere credibile la tesi dell’incidente. E’ tutto qui l’ago della bilancia. E badi bene che questo scenario è stato accolto dai giudici di primo grado che si sono pronunciati in un certo modo. Ora resta da capire dove a detta dei giudici di appello si sarebbe inceppato il meccanismo”.  

Sui social si leggono i commenti più disparati, ma ciò che sembra unire tutti è un senso di profonda sfiducia nella giustizia. E’ condivisibile?

“Non ho mai visto sentenze capaci di accontentare tutti, in ogni vicenda giudiziaria c’è sempre chi, a torto o a ragione, si lamenta. Io non so che tipo di ragionamento abbiano seguito i giudici, cercherò di capirlo. Di certo questa vicenda ha sconvolto tutti, perché Vannini non ha trovato la morte per strada o in qualsiasi locale dove possono succedere tante cose, ma in casa della fidanzata, quindi in un ambiente familiare dove si pensava protetto. E se è successo a lui potrebbe accadere a chiunque altro, anche ad uno dei nostri figli, e proprio laddove uno meno si aspetterebbe di poter subire un trattamento simile. E’ questo credo l’aspetto più inquietante, perché alla fine Marco in quella casa si sentiva parte di una famiglia e quindi al riparo da ogni pericolo”. 

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