Cina. Cosa c’è dietro la sindrome cinese di Conte e Di Maio

giovedì, 14 Marzo 2019
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Dopo la Tav, gli inceneritori, le autonomie, i diritti civili, la Diciotti, la manovra, la legittima difesa, ora la “sindrome di Marco Polo”. Ci mancava la “via della seta”.

Domanda d’obbligo: sarà il cavallo di Troia dell’Italia in Oriente, o il cavallo di Troia della tanto odiata e pericolosa Cina in Europa, passando per i porti di Trieste e Genova? Rivitalizzati, ma asserviti all’idea?
Un dubbio. C’è qualcosa che non quadra. Il tunnel alpino non va fatto, non andrà fatto (Lega e 5Stelle hanno quasi avviato una crisi di governo), e si apre invece, una rete globale ad alta velocità per il commercio con Pechino?

C’è un’evidente contraddizione in termini. Proviamo a spiegarlo. Da un po’, Salvini sta facendo Di Maio e Di Maio sta facendo Salvini. I due si stanno sovrapponendo. Un gioco di ruoli. Hanno capito che lo scontro favorisce a giorni alterni o la Lega o i 5Stelle, e allora meglio cambiare strategia. Un viatico per tutti e due.
Salvini, infatti, recentemente ha parlato di No Vax e Di Maio ha allargato il concetto di Infrastrutture all’export delle piccole e medie imprese, bandiera storica del Carroccio.

E’ interessante aprire pure una riflessione sulle ambiguità ideologiche dei due soci di maggioranza. I pentastellati non riescono ad essere sempre statalisti (si pensi alle ricette post-ponte Morandi), visto che ad esempio, con l’apertura alla Cina, stanno dimostrando di essere anche globalisti. E la Lega non riesce a conciliare il suo liberismo economico col sovranismo politico. Nella comunicazione di Salvini sul tema, è evidente la difficoltà strutturale: “Aprire nuovi mercati alle imprese italiane e agli imprenditori italiani è fondamentale. Però, bisogna tutelare l’interesse e la sicurezza nazionale”. Ma il liberismo, che presuppone il mercato globale, e l’interesse nazione, che presuppone lo Stato, il primato del pubblico, i confini, possono armonizzarsi?

Ugualmente Di Maio “cinese” si è arrampicato sugli specchi: “Non pensiamo di rompere alleanze storiche a livello mondiale e geopolitico, ma semplicemente portare il made in Italy anche in Cina. Dobbiamo riequilibrare le esportazioni”.
Medesima obiezione per lui: made in Italy e alleanze geopolitiche possono coesistere?

Sta di fatto che Trump vede questa ipotesi italiana come fumo negli occhi, come il male assoluto. Lui che vuole combattere l’impero cinese a suon di dazi. E Tajani, presidente del parlamento Ue, lo segue a ruota: “Non possiamo accettare di trasformare i nostri porti in porti cinesi”.
Senza contare che la concorrenza cinese, modello anomalo di capitalismo comunista, si gioca sulla pelle dello sfruttamento dei lavoratori e sulla mancanza di regole.

Il premier Conte, dal canto suo, enfatizza il ruolo autonomo dell’Italia, capace di scegliere liberamente i partner: “Patto limpido compatibile con l’Alleanza atlantica”.
Se son rose (s)fioriranno.

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