Parla Roberta Bruzzone: “Said ha scelto Leo, non lo ha ucciso casualmente”

Interviste

“Ho ucciso Stefano Leo perché mi sembrava felice”. E’ l’agghiacciante confessione di Said Machaouat, il 27 enne di origini marocchine, che si è presentato spontaneamente ai Carabinieri confessando di essere l’assassino di Stefano, il ragazzo ucciso a Torino mentre camminava lungo il viale che costeggia il fiume Po il 23 febbraio scorso. Anche la dinamica dell’omicidio fa venire i brividi. L’uomo si sarebbe avvicinato alla vittima e da dietro le spalle gli avrebbe tranciato di netto la trachea con un coltello da cucina lungo 20 centimetri. Stefano, come stabilito dai consulenti medici, sarebbe morto in pochi secondi affogato nel proprio sangue.”Volevo ammazzare un ragazzo come me. Volevo togliergli tutte le promesse che aveva, la promessa dei figli. Volevo toglierlo ai suoi amici e ai suoi parenti”, avrebbe confessato l’uomo agli inquirenti. I quali naturalmente hanno svolto le indagini per appurare la veridicità o meno del racconto, trovando i relativi riscontri. La confessione choc quindi è stata ritenuta autentica e credibile. Una vicenda assurda, inquietante, terribile, considerando che in quel momento qualunque persona poteva essere uccisa in quella maniera, soltanto perché “sembrava felice”. Lo Speciale ha chiesto un parere alla criminologa Roberta Bruzzone. 

Chi è realmente Said Machaouat?

Penso si tratti di un soggetto con una personalità fortemente disturbata e credo che questo aspetto vada seriamente approfondito. Intendiamoci, io non penso che lui sia incapace di intendere e di volere, anzi ritengo che abbia agito in maniera lucida, consapevole e predeterminata, ma è altrettanto vero che un approfondimento sulla personalità dal punto di vista psichiatrico, va comunque effettuato. Sulla base di ciò che ha raccontato agli inquirenti, intravedo un forte narcisismo con una base depressiva molto grave. Tutto questo lo ha portato al tentativo di padroneggiare un’angoscia che sembra derivargli da un’invidia feroce verso gli altri, attraverso un’azione rivolta ad esercitare potere nella forma più assoluta, in questo caso l’omicidio”.

Il fatto che si sia presentato spontaneamente agli inquirenti confessando l’omicidio e il movente assurdo, non sta anche a testimoniare una ricerca di visibilità?

Certo, lui voleva che tutti sapessero quello che ha fatto. La confessione è frutto del suo desiderio di occupare il centro della scena e questa è un’altra evidente forma di narcisismo estremo. L’omicidio commesso, evidentemente, gli ha trasmesso una grande soddisfazione fatto questo che, molto probabilmente, lo avrebbe potuto portare a colpire ancora con lo stesso meccanismo, scegliendo una persona a caso. Anche perché nei soggetti narcisisti stare sotto i riflettori è un qualcosa che dà enorme soddisfazione, un forte senso di appagamento psicologico, e questo indipendentemente dal fatto che la visibilità la si ottenga in maniera positiva o negativa. Aver ucciso il povero Leo non gli è bastato, sentiva il bisogno di mettere la sua firma sul barbaro omicidio”. 

L’uomo ha alle spalle un passato burrascoso, una relazione sentimentale finita male e dalla quale sarebbe nato un figlio che però chiamerebbe padre il nuovo compagno della madre. E’ possibile che tutto questo possa scatenare una simile furia omicida?

“Se consideriamo in partenza di trovarci di fronte ad una personalità di tipo narcisistico, è evidente che nel momento in cui ci si sente svavalcati o sostituiti da altri in un certo ruolo, si sviluppi nel soggetto una forte angoscia. In questo caso si cerca quindi di mettere in campo dei comportamenti capaci di neutralizzare questo profondo stato di angoscia, andando alla ricerca di persone da punire anche soltanto simbolicamente. Non è da escludere che abbia scelto Stefano Leo proprio perché gli ricordava il soggetto che lo ha sostituito, anche se questo forse non lo ammetterà mai. Non si è rivolto direttamente all’uomo che ha preso il suo posto nell’affetto dell’ex compagna e del figlio, ma ha colpito simbolicamente una persona che poteva sembrare simile a lui. La colpa della vittima era quella di apparire felice, felice come la persona odiata che gli avrebbe tolto ciò che era suo, una  felicità che lui sa di non poter raggiungere”.

Ricorda casi simili nel passato?

Sinceramente no. E’ però tipico dei serial killer scegliere soggetti apparentemente in maniera casuale, ma che simbolicamente rappresentano l’obiettivo del loro attacco. Questo può accadere per mille ragioni, per invidia, per gelosia, per desiderio di controllo ecc. quindi in criminologia direi che è un meccanismo molto frequente. Ciò che sorprende in questo caso è il fatto che abbia esplicitato questo genere di movente, ossia l’aver ucciso sulla base del fatto che la persona incontrata casualmente appariva in quel momento felice. Ma questo è soltanto un pretesto per non dover ammettere di aver ucciso Stefano perché lo riteneva superiore a lui. E anche questo è un meccanismo tipico dei predatori seriali”.

Anche lui avrà comunque diritto alla difesa. A questo punto quali strade avrà di fronte il suo legale?

“Il difensore in questo caso avrà soltanto davanti la strada della perizia psichiatrica. Non potrà fare a meno di chiederla e penso che la sua richiesta potrà anche essere accolta. Non credo però possano esistere margini per un’incapacità di intendere e di volere anche parziale. Il suo racconto, la modalità dell’omicidio e il movente per cui avrebbe agito, appaiono al momento incompatibili con una condizione psichiatrica conclamata. La perizia ci sarà, ma penso non farà che confermare la sua piena capacità di intendere e di volere. Sarà comunque utile per inquadrare meglio la situazione”. 

 

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