Patto Pd-5Stelle. Tutti gli scogli di un nuovo governo giallorosso

Politica

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Ormai il dado è tratto. Subito dopo le europee, ad analisi fresca del voto, secondo precise indiscrezioni che stanno diventando quasi certezze, il governo imploderà.

Pare che, sottobanco (e nemmeno tanto) sia pronto un accordo alternativo alla maggioranza gialloverde e cioè, un nuovo governo giallorosso. Le diplomazie di Pd e dei 5Stelle, nonostante i distinguo e le smentite (che non convincono più nessuno), sono al lavoro da parecchio.

Sia Zingaretti che Di Maio, sono convinti che l’esecutivo Conte abbia i giorni “contati” e che occorra riprendere quella strada interrotta parecchio tempo fa, quando Bersani non riuscì a convincere l’ala più giacobina del Movimento.
In quest’ottica ormai, va letta la quotidiana accelerazione polemica di Di Maio nei confronti di Salvini (per altro ricambiata), sempre meno attenuata o giustificata da una sempre più astratta e sbiadita lealtà contrattuale che, di fatto, non esiste più.

Fino a marzo-aprile le continue punzecchiate tra i due venivano lette come il tentativo di recuperare i rispettivi elettorati delusi o disorientati dalla ragion di Stato. Ma alla luce del patto Pd-5Stelle, tutto sembra acquistare un altro significato.

Di Maio non solo pensa a riprendersi il Movimento di lotta (sui temi sensibili che aveva smarrito e che avevano decretato la sua flessione alle amministrative, dalla Tav ai no Vax etc), ma ora fa finta addirittura di accorgersi che la Lega è troppo di destra e che su famiglia, economia, rapporti internazionali, Welfare, imprese, immigrazione, giustizia, inchieste, moralità, sono distanti anni luce.

E Salvini? Anche lui sta muovendosi per non rimanere spiazzato: si parla di incontri con Berlusconi per rieditare un centro-destra a guida e trazione leghista, perché il solo apporto di Fdi sarebbe insufficiente per formare un eventuale nuovo governo.

Passiamo però, alle variabili indipendenti. Che non mancano e inevitabilmente complicano i desiderata.

Innanzitutto, non è detto che i numeri alle europee che sia Salvini sia Di Maio attendono, possano essere conteggiati e applicati meccanicamente alle prossime elezioni politiche anticipate. Lo conferma in negativo la parabola di Renzi.
E poi, approssimando un quasi pareggio tra centro-destra e nuovo centro-sinistra, che si attesterebbero, secondo gli ultimi sondaggi, entrambi di poco al di sotto del 40% (la quota per il Rosatellum per accedere al premio di maggioranza), i protagonisti di queste operazioni, sono così convinti che il presidente Sergio Mattarella sciolga le Camere?

E’ più probabile che il Capo dello Stato preferisca un governo di decantazione nazionale, alla Monti-2 (con Draghi neo-senatore a vita, a giugno scade il suo mandato), col compito di rimettere i conti a posto, sanare il bilancio, fare le manovra dolorosa, riassestarsi nella Ue, e poi tornare alle urne, col merito di aver indebolito il consenso di pancia di cui godono strutturalmente sia Di Maio sia Salvini.

E infine, d’accordo sulle strategie, ma chi dei Dioscuri si addosserà la responsabilità di far cadere Conte? Chi resterà col cerino in mano? Gli italiani, se amano chi fa il duro (la chiusura dei porti, la legittima difesa), amano pure il loro portafoglio. E quindi, sarebbero poco propensi a rischiare un’eccessiva instabilità economica.
Chiudere l’esperienza contrattuale in modo troppo rissoso, non gioverebbe né alla Lega, né ai 5Stelle.
E questo ci farebbe tornare al punto di partenza. Non è meglio un matrimonio turbolento di un divorzio davanti al giudice (il cittadino)?

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