Codice Rosso, parla Roberta Bruzzone: “Non è rivoluzione per le donne. I miei dubbi”

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Il Codice Rosso, ovvero il disegno di legge che tutela le vittime di violenza di genere e domestica, è legge dello Stato dopo l’approvazione definitiva da parte dell’aula del Senato. Le nuove norme prevedono inasprimenti di pena per ciò che riguarda i reati di violenza commessi in contesti familiari o nell’ambito di rapporti di convivenza; è altresì sancita l’introduzione dei reati di revenge porn, sfregi al viso e matrimoni forzati, con aumenti di pena per i reati di violenza sessuale e stalking. Tuttavia da più parti sono stati espressi dubbi sull’efficacia effettiva della nuova legge che sarebbe fondata su un presupposto sbagliato, ovvero la certezza che l’inasprimento delle pene possa fungere da deterrente per violenze sulle donne e femminicidi. Noi abbiamo chiesto un parere ad una esperta della materia, la criminologa Roberta Bruzzone, da sempre in prima linea su questo delicatissimo fronte.

Come avrà visto sul nuovo “Codice Rosso” i giudizi sono molto discordanti. C’è chi parla di grande rivoluzione, chi addirittura di un bluff. Come stanno realmente le cose?

Dal mio punto di vista posso dire che in questa legge ci sono dei passaggi che ritengo di difficile applicazione. Mi riferisco in special modo all’obbligo di ascoltare la vittima di violenze entro tre giorni dalla presentazione della denuncia. Dal punto di vista operativo ritengo questa norma difficilmente applicabile, perché obiettivamente ascoltare una persona in tre giorni presuppone che vi sia un’accelerazione incredibile per ciò che riguarda l’iscrizione a ruolo della denuncia-querela. E questo è tecnicamente molto complesso. Forse può essere fattibile in una piccola procura, sempre con un grande sforzo, ma in una procura importante come può essere quella di Roma o di Milano, un’iscrizione a ruolo di una querela in due giorni è impresa quasi impossibile da un punto di vista burocratico. Per istruire un’inchiesta del genere occorre del tempo. Il vero problema in Italia non sono stati mai i codici, ma la loro applicazione pratica. Ma non è tutto”. 

Cos’altro manca?

Non è stato stanziato un solo euro per la formazione degli operatori, perché non dimentichiamo mai che raccogliere le testimonianze delle donne vittime di violenza non è uno scherzo. Ancora oggi si continuano a registrare forti resistenze da parte della vittima proprio in sede di denuncia-querela perché non sempre si trovano di fronte operatori adeguatamente formati capaci di consiglarle per il meglio, facendo capire loro l’importanza di denunciare il marito o il convivente. Avrei apprezzato molto uno stanziamento consistente sia nel campo della formazione che della prevenzione. Perché va bene inasprire le pene, ma alla fine può servire a poco quando ci si trova di fronte a soggetti che non temono minimamente l’autorità giudiziaria. Mi spiace dirlo, ma temo che questo Codice Rosso non cambierà di molto la situazione, così come non l’ha cambiata molto il Decreto antifemminicidio del 2013″.

Quindi la sua può essere considerata a tutti gli effetti una bocciatura senza appello?

“Ripeto, va bene inasprire le pene e anche impedire l’accesso al patteggiamento per alcune tipologie di reato, ma il grosso problema è che quando arriviamo a quantificare le pene è già troppo tardi. Avendo a che fare il più delle volte con soggetti che hanno perseguitato, stuprato, esercitato ogni tipo di violenza sulle donne, spesso le loro stesse donne, l’entità della pena non può fungere da deterrente. A queste persone non importa nulla delle conseguenze penali delle proprie azioni, quando il loro obiettivo è sempre e solo quello di mettere in atto un esercizio di potere”.

E allora quale è la soluzione?

“Non esiste una soluzione. Esiste un piano culturale serio, capace di investire nelle famiglie in primis e nelle scuole in secondo, rivolto ad insegnare a ragazzi e ragazze a rispettarsi reciprocamente, Occorre scardinare quelli che sono ancora oggi degli stereotipi diffusi e potentissimi sulla divisione dei ruoli. Abbiamo un grosso problema culturale prima che penale. Possiamo inasprire tutte le pene possibili ed immaginabili, ma questa strada come detto è stata già percorsa senza grandi risultati. Avere degli strumenti in più è sicuramente utile, ma devono anche essere praticabili. Magari diventi davvero possibile ascoltare la vittima entro tre giorni dalla presentazione della denuncia-querela, ma non ci credo vivendo da anni la realtà giudiziaria italiana. Un minimo di istruzione del fascicolo va fatto. E allora, se si vuole davvero dare una corsia preferenziale per le donne vittime di violenza, si dovrebbe anche provvedere ad un aumento degli organici, inserendo personale qualificato in grado di dare seguito a tutta una serie di nuovi scenari aperti da questa legge, la cui attuazione pratica prevede delle oggettive criticità. Non vedo affatto una rivoluzione rispetto a quello che c’era prima”.

Per quanto riguarda l’introduzione del reato di revenge porn, da registrare le dichiarazioni della madre di Tiziana Cantone, la ragazza che si è tolta la vita in seguito alla diffusione in rete di alcuni suoi filmini intimi. Ha detto che la morte di Tiziana non è stata inutile e che adesso finalmente altre ragazze possono evitare la sua stessa sorte avendo gli strumenti per potersi difendere in tempo. Condivide?

La tragedia di Tiziana Cantone sicuramente ha contribuito ad accendere i riflettori e a squarciare il velo su una situazione drammaticamente seria, ma conoscendo bene la vicenda non credo che per come è stato scritto questo nuovo articolo di legge, la ragazza si sarebbe salvata. La sua situazione sarebbe cambiata di poco. Anche perché il caso Cantone non è soltanto un caso di revenge porn, ma contiene una serie di risvolti, anche di carattere psicologico, che hanno portato alla divulgazione delle immagini intime della ragazza e su cui c’è un processo in corso. Scenari complessi che devono essere in parte ancora chiariti. Ridurre quindi la vicenda ad un caso di revenge porn non mi trova d’accordo”.

A questo punto cosa si sente di dire alle donne vittime di violenza?

“Alle donne vittime di violenza e maltrattamento dico di fare attenzione, perché uscire da questo tipo di circuiti è molto complesso. La legge può fare alcune cose ma non le più importanti. Processare e condannare un maltrattante è soltanto una parte della vicenda, per aiutare le vittime serve ben altro e da questo punto di vista mi pare si stia ancora al capitolo zero”. 

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