Carabiniere ucciso, Bruzzone: “L’elemento scatenante a mio avviso. Dinamica chiara”

Interviste

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“Cerciello aveva dimenticato l’arma, è stata probabilmente una dimenticanza, ma ciò non toglie che non aveva alcuna possibilità di reagire”. Lo ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, nella conferenza stampa sull’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, avvenuto in pieno centro a Roma nella notte fra giovedì e venerdì scorso. Il militare ha tuttavia ribadito che “sono stati aggrediti immediatamente dai due americani, non c’è stata possibilità di usare armi, di reagire. Non immaginavano di trovarsi di fronte una persona con un coltello di 18 centimetri, e non si aspettavano neanche di essere aggrediti nel momento in cui si qualificavano come carabinieri”. Si fa sempre più chiaro lo scenario della tragedia che sul principio sembrava avvolto da molte nubi e parecchie incongruenze. Lo Speciale ha sentito la criminologa Roberta Bruzzone per capire cosa nell’inchiesta ancora non torna e resta da chiarire.

Sembra ormai assodato che Cerciello non fosse armato quando è stato ucciso. Come è possibile? La convince la ricostruzione degli inquirenti?

Siamo in presenza di una terribile tragedia che si compone di una lunga serie di ingredienti. I due carabinieri forse non avevano adeguatamente valutato il grado di pericolosità cui stavano andando incontro. Non si aspettavano evidentemente di trovarsi davanti degli autentici criminali. C’è stata probabilmente una sottovalutazione generale sul tipo di minaccia che i due soggetti americani potevano rappresentare. Altrimenti non si spiega perché, due militari addestrati, si siano presentati impreparati. Il fatto che la vittima non avesse l’arma di servizio lascia in effetti sconcertati, perché sembra assurdo non aver previsto una possibile reazione violenta in quel tipo di contesto. Tuttavia, sulla base di ciò che ha descritto il collega di Cerciello, l’aggressione sarebbe stata così repentina ed immediata da rendere impossibile qualsiasi tipo di reazione”.

La foto del presunto assassino, bendato e con le mani legate, potrebbe giovare alla difesa e inficiare la conduzione delle indagini?

“Non lo credo affatto. Quella foto non dice nulla. Sotto il profilo del nostro ordinamento giuridico va detto che sarebbe stato meglio non vederla, ma non ha alcun tipo di rilievo nell’imputazione dei due americani e a mio giudizio non sposta assolutamente nulla. La decisione di legare e bendare l’imputato probabilmente non è stata una scelta felice, ma ai fini processuali non vedo nessuna violazione delle garanzie difensive. Parlare di tortura è assolutamente fuori luogo. Mi sembra che le prove a loro carico siano evidenti e vadano ben oltre una confessione. Ora bisognerà attendere i risultati dell’attività investigativa di tipo scientifico ma pare ormai certo che ad uccidere la vittima è stato Elder Lee. Il coltello pare lo avesse in mano lui mentre l’altro risponderà comunque di concorso in omicidio volontario. Rischiano quindi l’ergastolo”.

Intravede dei profili criminali dietro i due arrestati?

“Dalle informazioni che stanno emergendo appare evidente come i due abbiano avuto occasione di farsi già conoscere. Uno dei due pare avesse delle dipendenze da cocaina e psicofarmaci, era stato ricoverato per disintossicarsi quando era ancora minorenne. L’altro invece avrebbe alle spalle una storia di violenza, di aggressioni nei confronti di altri soggetti, si dice abbia mandato pure in coma un compagno di scuola. Parliamo comunque di due persone imbottite di stupefacenti. Due bombe innescate oserei definirle. Mi sorprendono i genitori che sembrano ostinarsi a difenderli”. 

Poi c’è l’uomo che ha denunciato il furto del borsello e il ricatto da parte dei due americani, che sembrerebbe legato al mondo dello spaccio (anche se lui ha smentito). Che tipo di personalità è quella di chi, pur vivendo come sembra ai limiti della legge, si rivolge alle forze dell’ordine nel momento in cui è vittima di un reato?

“Da quanto si è appreso questo soggetto non era un pusher, ma forse una sorta di intermediario, un procacciatore di clienti per gli spacciatori, anche se è ancora da chiarire. Questa figura è certamente molto strana e particolare. Tuttavia rimane pur sempre un cittadino come gli altri che nel momento in cui resta vittima di un reato fa ciò che farebbero tutti, chiamare i carabinieri. Si è trovato vittima di un ricatto in seguito ad un furto per riavere indietro documenti ed oggetti personali, pratica che mi dicono molto diffusa e ha chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Probabilmente questo signore non ha detto chiaramente tutto e questo ha creato una serie di problematiche legate alla gestione della vicenda”.

Nell’inchiesta vede degli aspetti ancora non chiari e da approfondire?

“Dal mio punto di vista la dinamica è chiara e ben definita, non mi attendo colpi di scena. Le persone coinvolte sono quelle arrestate, sono stati trovati gli abiti sanguinanti e il coltello nelle loro mani, quindi non mi pare ci possano essere altri attori. L’aspetto più sconvolgente come detto sta tutto nella sottovalutazione generale del pericolo che i due militari correvano e che è stato a mio giudizio l’elemento scatenante di questa tragedia”. 

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