Da Boris a Matteo. Stesso successo stessa caduta. Il vulnus del populismo

Politica

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Boris come Matteo o Matteo come Boris? I nomi potrebbero sovrapporsi, ma il loro destino non cambia. Salvo Trump che comunque ha subìto la gogna fin da quando è diventato presidente degli Usa, il quale ancora resta in sella (e ha il favore dei numeri economici), i leader populisti-sovranisti sembrano vivere la medesima parabola. Discendente.

Dopo una fase gloriosa, mitica, eroica, segnano il passo, inciampano, cadono, sbattono la testa al muro. In una parola, evaporano.

Boris Johnson, neo-capo conservatore, sta vivendo vari smacchi ad opera del parlamento inglese, che si è vendicato per la chiusura dei lavori, e che gli ha negato la possibilità di andare al voto per ottenere quel consenso utile a garantire una Brexit vera.

Morale della favola, pur mantenendo il primato nei sondaggi, l’ex sindaco di Londra sarà nei fatti costretto a mediare con i laburisti, con i liberal-democratici e con i suoi conservatori dissidenti, per tirare avanti. Ma sarà un’anatra zoppa. Vedremo come se la caverà alla riapertura dei lavori, con mille emendamenti e troppi obblighi a trattare con Bruxelles. Fara la stessa fine della May?

E Salvini? Aveva le redini del governo gialloverde in mano, aveva silenziato i dem, ridimensionato i grillini, saliva vertiginosamente nei sondaggi, aveva spaventato la Ue, chiuso i porti, ottenuto la legittima difesa, e adesso ha consegnato, chiavi in mano, il potere ai giallorossi, resuscitando i dem e facendo passare i pentastellati per corretti costituzionalmente e addirittura responsabili.Peggio di così.

Cosa accade ai populisti? Pagano lo scotto di una rivoluzione solo promessa e non realizzata. Meglio stare all’opposizione che al governo: si rischia di meno. Il populismo mediatico che alimenta il populismo politico, resta mediatico, non entra nella sostanza e nella stanza delle istituzioni. Non raggiunge il cuore, il nocciolo. Istituzioni che sono e restano parlamentari, e quindi, governate da altri princìpi, altre regole, altre meccaniche e dinamiche.

Da qui la legittimità di governi che si formano in Aula, che rende sterile e fiabesca la versione che sia Salvini sia la Meloni hanno dato, bocciando la nascita del Conte-2 (l’inciucio, la truffa, il poltronismo). Tutto si può dire, la contestazione politica, la polemica sono naturali e sacrosante, ma confondere le idee no.
I leader populisti, con l’aggiunta suggestiva del sovranismo, vivono e si sviluppano dentro una realtà parallela alla politica reale.

Delle due l’una: o si fa una rivoluzione dal basso, o si cambia la democrazia, da parlamentare a democrazia diretta. Ma nemmeno in questo caso, il presidenzialismo, ad esempio, potrebbe essere sostituito dalla rete sovrana: avrebbe i suoi binari, le sue garanzie e i suoi freni.

I pentastellati l’hanno capito sulla loro pelle, costretti in fretta a diventare maturi, pratici e cinici. Col Conte-2 hanno smentito la loro storia, il loro dna (il Vaffaday, l’essere anti-casta, anti-Pd): sono diventati definitivamente post-ideologici in quanto ormai liquidi. E pertanto, possono andare da destra a sinistra con spavalderia. Un tempo questo era trasformismo, oggi si chiama governabilità. A meno che non sperino di metabolizzare i dem, molto più furbi e professionisti nella gestione della cosa pubblica. Vedremo.

Nelle frasi pronunciate da Salvini ieri a Roma (“Se tornano alla Fornero o riaprono i porti, noi lo impediremo”), si è evidenziato questo gap, tra la fiaba populista e la realtà parlamentare. Tante persone illuse da una narrazione virtuale, con elementi di oggettività politica (il voltafaccia del premier, l’opportunismo dei dem, il nichilismo dei grillini), condannate dai capi ad essere impotenti, utopisti, astratti, esclusivamente ideologici. Una posizione sicuramente utile a chi fa opposizione (per la indubbia monetizzazione politica), a chi si riposiziona strategicamente, ma inutile per cambiare veramente il Paese, secondo le ricette professate (su economia, immigrazione, sicurezza, stop-Bruxelles, sovranità nazionale).

Come si impedisce la riapertura dei porti, il ritorno alla Fornero, lo smantellamento di tutto l’impianto salviniano della sicurezza e della immigrazione, se a farlo saranno leggi approvate dalla nuova maggioranza? Con cento cortei da lamentosi? Con la rivoluzione che non ci sarà mai? Salvini mente sapendo di mentire. E’ depistaggio. Vellica la pancia e la frustrazione di massa.

Siamo in una Repubblica parlamentare. Quando si tornerà al voto, l’effetto-Salvini sarà spompato, ridotto. E se continua a crescere per gli “auspicati” sbagli giallorossi, nel frattempo saranno state varate leggi terribili (dai temi etici a quelli sociali, a quelli economici) con danni irreparabili a 360 gradi: le cattive leggi fanno costume.

Il populismo mediatico (l’uso dei new media in politica) sostituisce il fatto con l’annuncio, la realtà con la percezione, la verità con la narrazione. E’ il limite che spiega l’involuzione e gli errori di Salvini che ha fatto cadere consapevolmente il governo gialloverde. Ha creduto nel suo stesso racconto virtuale. Non calcolando bene nemici e ostacoli.
Perché ostacoli e nemici del populismo e del sovranismo ci sono e sono potenti, quasi invincibili: le caste, le lobby, le istituzioni parlamentari, nazionali ed europee, il sistema mediatico, il governo mondiale dell’economia.

Posti di blocco unicamente mirati ad affermare e difendere il modello liberal della vita e della politica. Un macigno per movimenti che sono soltanto la reazione alla globalizzazione. Ci vuole altro.

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