Fine vita. La Consulta in linea con la finestra di Overton dei radicali. Cattolici battete un colpo

Politica

La Consulta non ha chiesto al Parlamento di legiferare sul fine vita. Di fatto ha legiferato in prima persona, aprendo un pericoloso varco.

Primo, ha parlato di “non punibilità”, introducendo un elemento tecnico che porta inevitabilmente alla valutazione “caso per caso” e per logica, al relativismo giuridico. Poi addirittura, ha sostenuto che “è lecito l’aiuto al suicidio nei casi come quelli del Dj Fabo”. Con tutta una serie di considerazioni che vanno dalla pretesa autodeterminazione del malato, alla mancanza di una legge che ha reso necessaria questa decisione.

In soldoni, la sentenza ha creato un precedente, esattamente in linea con lo schema dei radicali (la finestra di Overton), i quali partendo da un caso singolo (DjFabo, Tortora etc), che suscita commozione, compassione, legittima condivisione, hanno sempre costruito un sistema di pensiero, destinato a diventare pensiero giuridico e quindi, politico. Incidendo nella società.

Ma a parte una improrogabile riflessione sulla reale rappresentatività democratica della Camera e del Senato rispetto ai temi veri delle persone, una domanda bisogna porla. Tutti i commentatori, gli opinionisti, gli esperti e i politici, concordano sulla necessità di regolare l’argomento fine vita.

Ma, domanda di fondo, lo Stato può legiferare sulle nostre vite, al punto di stabilire, decidere chi vive e chi muore? Diventa obbligatoriamente uno Stato etico rovesciato. Già il diritto all’aborto ha creato una spaccatura nelle coscienze. Infatti la legge 194 che lo ha introdotto (interruzione di gravidanza) ha posto forti limiti, a cominciare dall’obiezione di coscienza prevista per i medici anti-abortisti.

I casi singoli vanno affrontati e risolti per quello che sono: casi singoli. Palmiro Togliatti, come noto, viveva more uxorio con Nilde Iotti. Ma contribuì a scrivere l’articolo 29 della Costituzione, che definisce la famiglia “una società naturale”. Mise al centro ciò che fosse bene per tutti, non la sua idea personale di società.

Oggi, è evidente, la mentalità diffusa è opposta. E’ che lo Stato, la Repubblica, debbano fare gli interessi soggettivi, devono essere il terminale, la proiezione dell’individualismo di massa. Oggi ogni desiderio, di qualsiasi tipo, deve diventare un diritto.

E il paradosso è, tornando al fine vita, che nella società della libertà individuale come mantra, si finisce per delegare ad un soggetto terzo (lo Stato che deve legiferare, il giudice, il medico o i famigliari), la vita delle persone.

Andiamo alla sostanza. I giornali laicisti esultano oggi per la vittoria di Cappato e del diritto a scegliere cosa fare della propria vita (un po’ il teorema usato per ogni battaglia laicista, dall’aborto, alla droga, alla prostituzione, al cambio di sesso, al gender etc). Ma provocazione: l’uomo è in grado di scegliere veramente?

Ad esempio, il testamento biologico. Un giovane può stabilire con serenità che dopo 40 anni, mettendolo perfino nero su bianco, in caso di sofferenza irreversibile, qualcuno potrà sopprimerlo per il suo bene? Se lo fa 40 anni prima, è unicamente per astrazione ideologica, enfasi sentimentale.

E poi, un anziano che soffre terribilmente, pagherebbe qualsiasi prezzo pur di alleviare le sue sofferenze. Quindi, l’uomo in realtà non è mai libero di scegliere, è sempre condizionato dalle circostanze e dai contesti particolari.
Su tali basi il parlamento può legiferare? Su un’astrazione? O peggio, su un’idea ideologica della vita e della morte? Quando si parla di vita “degna di essere vissuta”, inevitabilmente si entra in una dimensione ideologica.

Chi stabilisce che la vita, essendo un dono, è degna o non degna di essere vissuta? Gli inguaribili ma non incurabili, rientrano nella vita dignitosa o non degna di continuare? Le storie di Charlie Gard e di Alfie Evans lo hanno dimostrato. Con il primato economico del risparmio, si tagliano i rami secchi e quindi, i deboli, i malati cronici, i piccoli, gli indifesi: inutile far spendere alla Sanità pubblica troppi soldi, meglio risparmiare. L’eutanasia di Stato costa meno.

L’argomento vero è la sofferenza e la solitudine. Il malato non può mai essere lasciato solo. Bisogna eliminare il dolore, con le cure palliative, non eliminare il malato.
Una società non può basarsi sul diritto a morire, sulla legittimazione della morte. E’ condannata all’estinzione.
Il fine vita, pone l’esigenza di un maggiore impegno della Chiesa anche su questi temi (e non solo sugli immigrati), e della presenza fattiva dei credenti in politica e in parlamento. Ma dove sono? Se ci siete battete un colpo. E non alla Salvini: tanti slogan e nessun fatto.

Condividi!

Tagged