Effetto voto. Va via Conte arriva Draghi. L’exit strategy “repubblicana”

Politica

Metti un drago nel motore. Anzi, si scrive drago, ma si legge Draghi. Era una vecchia pubblicità che riguardava l’energia, il carburante da mettere obbligatoriamente nelle macchine degli italiani agli inizi degli anni Settanta. E, attualizzando, il carburante obbligato è l’euro che il governatore uscente della Bce, nel suo commiato, ha ovviamente esaltato come dogma religioso, indiscutibile, sinonimo di progresso, benessere e felicità dei popoli.

Peccato che nella lunga crisi economica della Ue dal 2011 al 2014, abbia perfino lui, il sacerdote della moneta unica, pensato di abbandonarla, subito dissuaso dalla Merkel e dal nostro Monti allora in ascesa. La Germania non era ancora pronta ad uscire, non aveva una strategia alternativa in termini monetari; Monti, invece, stava allestendo tutta un’altra partita.

Non credete alle parole dell’ex governatore: sarà mia moglie a decidere il mio futuro. A parte la polemica col suo successore Christine Lagarde, rea di essere ancora inesperta nella comunicazione, al punto che ha criticato Trump (rompendo l’etichetta diplomatica che connota e distingue i dirigenti apicali economico-bancari cosmopoliti), la strada di Draghi sembra chiara e ben delineata.

Lo aspetta un premio “alla Monti”: senatore a vita e poi Palazzo Chigi, qualora il governo giallorosso, come sembra, dall’Umbria e non solo, continui a vacillare e a sbagliare scelte.

Draghi, la mossa giusta. Conte quella sbagliata. L’attuale premier, infatti, da giorni non ne azzecca una. Nell’ultima settimana da garante-amico-socio di Di Maio si è fatto proteggere da Zingaretti, visto adesso come l’elemento di stabilizzazione ed equilibrio dell’esecutivo, a differenza del leader grillino ancora prigioniero della comunicazione e di comportamenti populisti. Dalla elaborazione alla stesura della Manovra, è stato tutto un gioco interno al massacro. Esattamente come accaduto con Salvini.

Da notaio ad arbitro, da garante a promoter, Conte pareva vincente a 360 gradi. Ha commesso, però, i primi errori con il suo guardare eccessivamente al centro, per un suo spazio autonomo, per una sua lista, trovando dei competitor non da poco: Calenda, Renzi, Berlusconi. Che tra l’altro, si stanno facendo la guerra tra loro.

Ha cercato, poi, di prendersi i 5 Stelle, ma il corpaccione pentastellato ha resistito, tanto che ora Di Maio lo vede come fumo negli occhi. Significativa la frase con cui lo ha ridimensionato: “Conte? Lo abbiamo messo noi”. Come dire, uomo avvertito, mezzo salvato.

In casa dem non c’è spazio, troppi galli a cantare. E troppo ideologici per un post-democristiano come lui.
E allora, cosa ha fatto? Si è presentato ripetutamente in Umbria ad appoggiare l’esperimento civico voluto da 5Stelle, Pd e Leu. La foto di Narni, alla luce del risultato di ieri, suona come una beffa.

Una caduta di stile istituzionale aggravata dai numeri elettorali: un premier che fa campagna elettorale, pur dicendo che il voto nella Regione non ha una valenza nazionale e non ricade sul governo, è una dichiarazione grottesca. Frase smentita dall’immagine di lui sul palco insieme a Zingaretti e Di Maio.
Il futuro quindi, è già tracciato: va via Conte e arriva Draghi. Governo Monti-2.0. Col pretesto dei conti da risanare.
Metti un Draghi nel motore (spento) di Conte.

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