Venezia annega nel “mare” dei ritardi e degli scandali sul Mose. Povera Italia

Politica

Venezia sott’acqua, sommersa dall’alta marea che ha raggiunto livelli impressionanti quasi paragonabili a quelli del 1966, in queste ore sembra la fotografia più fedele di un’Italia inconcludente, sprecona, brava a promettere la luna ma spesso incapace pure di realizzare l’ordinaria amministrazione. 

Ad ogni disastro ambientale, destinato ad essere non l’eccezione ma la regola, vengono alla luce ritardi, inefficienze, episodi di corruzione, mancanza di strategie, conflitti di competenze che si muovono dietro ogni opera pubblica, destinati a bloccarne irrimediabilmente la realizzazione. E ogni volta è un recriminare di colpe e responsabilità infinite.

Oggi tutti a piangere sulla laguna sommersa, sul patrimonio artistico gravemente compromesso dall’invasione delle acque dell’Adriatico e dagli inevitabili danni che produrrà la salsedine. Il sindaco Luigi Brugnano ha parlato di danni incalcolabili e non è detto che sia finita qui, visto che il pericolo di nuove inondazioni è tutt’altro che scongiurato.

Ma ecco che intorno a quei 187 centimetri di acqua che hanno sommerso piazza san Marco e non solo, si è accesa la polemica politica intorno al Mose, la diga che avrebbe dovuto proprio proteggere Venezia dall’alta marea impedendo altri disastri come quello del 1966.

Il sindaco Brugnaro ha detto che se il Mose fosse entrato in funzione nei tempi previsti, si era parlato del 2016, tutto questo si sarebbe potuto evitare. Il suo predecessore Massimo Cacciari ha ricordato però come la sua amministrazione avesse giudicato l’opera troppo dispendiosa proponendo soluzioni alternative e meno costose, con tempi di realizzazione ridotti, progetti che però non sarebbero stati mai neanche presi in considerazione.

In mezzo c’è stata un’indagine per corruzione della magistratura con una scia di arresti eccellenti e una serie di ricorsi che hanno finito per ritardare il completamento dei lavori.

Parte delle ditte che costituivano il consorzio incaricato di completare l’infrastruttura si sono chiamate fuori dopo la tempesta giudiziaria e si è reso necessario ricercare nuovi partner. Il paradosso sta nel fatto che lo Stato ha continuato in tutti questi anni a finanziare l’opera mentre i lavori procedevano a rilento per tutta una serie di ragioni determinate pare da un’eccessiva prudenza  dei commissari ad acta timorosi di ritrovarsi coinvolti in qualche inchiesta giudiziaria e con i costi che lievitavano a dismisura. Questo quello che denuncia un’inchiesta de Il Messaggero evidenziando come siano stati spesi finora oltre cinque miliardi di euro senza che il Mose sia stato nemmeno collaudato.

Il Messaggero fra le cause evidenzia pure ” i rapporti non idilliaci, per non dire pessimi, tra i commissari del Consorzio e il Provveditore alle opere pubbliche, andato in pensione il 30 settembre e non ancora sostituito, se non da un vicario. Il risultato è quanto si è visto martedì sera: il Mose non si è alzato per la sua prova e Venezia si è ritrovata, di colpo, proiettata a 53 anni fa. Come se fossero passati invano 53 anni, tante parole spese, tanta indignazione mondiale, tanto impegno, tante promesse, tanto denaro. La data di consegna del Mose è fissata al 31 dicembre 2021″.

C’è addirittura chi mette in dubbio che il Mose, se in funzione, avrebbe potuto davvero salvare la Laguna ritenendo l’infrastruttura figlia di un’altra epoca e di una progettazione oggi non più al passo con i tempi.

Il premier Giuseppe Conte, ieri in visita alla città ferita ha dichiarato: “Per Venezia c’è un impegno a 360 gradi, c’è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere”. Il Presidente del Consiglio non ha dubbi, bisogna completare e mettere in funzione il Mose: “E’ un’opera su cui ormai sono stati spesi tantissimi soldi ed è in dirittura finale, ora va completata e poi manutenuta”.

Ora il primo passo da fare sarà la conta dei danni, il lavoro più difficile. Come ha spiegato il ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli “ci vorrà del tempo prima di poter avere una stima definitiva, sia dei danni pubblici che di quelli privati”.

Intanto Venezia sta sott’acqua e le immagimi del mare che varca i confini, travolge e allaga tutto, sembra proprio il corollario di uno scenario apocalittico nel quale la natura rimane soltanto sullo sfondo. Le responsabilità maggiori ancora una volta le porta sulle proprie spalle la politica, quella politica che di fronte alle emergenze e ai disastri provocati dalle calamità non può far altro che ammettere il proprio fallimento, con il classico gioco dello scaricabarile terminato il quale si spera sempre di poter lasciare qualcuno col cerino in mano.

 

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