5Stelle in crisi. Dal contratto, al patto, allo statuto. Le reazioni dem

Politica

La crisi dei 5Stelle si riflette direttamente sul governo. Gli effetti nefasti, del resto, si vedono ogni giorno.

Un partito a vocazione maggioritaria, quello concepito nel 2009 dal duo Grillo-Casaleggio, come fa a interagire, collaborare, con altre forze politiche, se non al prezzo di annacquarsi, sbiadirsi?
Se ci identifica con la volontà generale, col cambiamento, con la moralizzazione della vita pubblica, con la rivoluzione, con la terza Repubblica, non si può improvvisamente passare, per mere esigenze di governo o di poltrona, dall’altra parte.

Ecco che quindi, Di Maio si è inventato a suo tempo la parola magica “contratto”. Cioè, un modo per non mediare, trovare una sintesi, ammorbidire le posizioni originarie che hanno consentito al Movimento di passare da soggetto di lotta a soggetto di governo.

Il contratto ha caratterizzato la stagione infelice del governo gialloverde: posizioni opposte (su sicurezza, immigrazione, economia, Stato, Europa), rispetto alla Lega. Una formula alternativa alla mediazione, tipica delle coalizioni parlamentari che hanno caratterizzato decenni di vita della prima Repubblica e non solo.

“Patto civico”, invece, è stata la seconda formula adottata dal Movimento.
Una soluzione alla difficile questione del candidato umbro. Da una parte, la purezza grillina; dall’altra, l’esigenza di dover giustificare una nuova alleanza contro natura con un partito, il Pd, oggetto di tutti gli strali di Grillo e soci, che è stata alla base del Conte-2.
Come dire, la nuova alleanza giallorossa, incubatrice di un nuovo bipolarismo: centro-destra vs centro-sinistra (Pd e 5Stelle).
Con i risultati che si sono visti: fallimento, flop.

Ora i grillini duri e puri non vogliono ripetere l’errore col patto civico per l’Emilia. E hanno riproposto la parola “statuto”, per impedire di convergere automaticamente su Bonaccini, candidato governatore del Pd, che significherebbe abdicare, e indebolirsi ulteriormente.
Col rischio che presentandosi tutti divisi (dem e pentastellati) farebbero un favore a Salvini.

Come farà ora Di Maio a risolvere la questione-Emilia? Non voleva presentare le liste, per non turbare gli equilibri interni al governo e per non farsi contare. La piattaforma Rousseau l’ha smentito. E adesso è costretto a salvare il salvabile.
Il Movimento ora, è diviso in tre tronconi: chi non vuole presentarsi, chi vuole presentarsi, ma da solo, e chi col Pd per dare un senso futuro all’omogeneità della coalizione di governo.

Il Pd, dal canto suo, parla di “agenda”. Un’altra parola per dire la stessa cosa, ma con un lessico opposto.
Di Maio vorrebbe inserire nell’agenda un elenco di disegni di legge o decreti con data incorporata. I dem rovesciano la filosofia: temi solo a patto che si condividano strategia e obiettivi. Tradotto: facciamo insieme un Ulivo2.0 contro Salvini.

E Conte? Tramontata l’idea di una Gargonza giallorossa, anche per le troppe defezioni annunciate (quelle dei renziani), non gli resta che una cena di intenti. Molto ridotta.

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