Brexit. L’alba dell’Inghilterra, il tramonto della UE: Chi seguirà ora?

Politica

L’Inghilterra ha dato il “buon esempio”.

Nonostante la gran cassa mediatica, tutta schierata col pensiero unico europeista, abbia fatto credere a lungo che i cittadini del Regno Unito ci avevano ripensato, il 1° febbraio è stata “la nuova alba”, come detto dal premier conservatore Boris Johnson, ansioso di chiudere col passato, con le divisioni e progettare, pianificare il futuro che implica un grande piano nazionale (istituzionale, economico, commerciale, turistico, culturale etc).
Leader che al di là della caricatura che gli hanno appiccicato, ha dimostrato sfrontatezza, disinvoltura e coraggio. Spessore appunto, da leader.

Lui interpreta e incarna un’interessante figura di conservatore scapigliato, un anarco-conservatore, un po’ Cameron, un po’ Farage. Un po’ politico classico, un po’ populista. E’ uscito dalla palude parlamentarista, la fine che ha fatto la May, ha rischiato, puntato, giocato tutto, e ha vinto. Conquistando, alle consultazioni politiche che ha fermamente voluto, la netta maggioranza del suo popolo, ha riunificato l’opinione pubblica e ha fatto capire quale è la vera tendenza del paese, anche se ora si apriranno due fronti non da poco: la Scozia e l’Irlanda del Nord. E ormai è evidente, lo scontro ormai continentale, tra l’Inghilterra profonda, identitaria e l’Inghilterra delle città, cosmopolite, laiciste, globalizzate.

Un passaggio indubbiamente impegnativo, ma il dato resta. L’Inghilterra è uscita in modo definitivo e da adesso potrebbe avvenire addirittura il contagio, una sorta di “Corona-virus all’inglese”. E siamo certi che questa scelta per i diretti interessati, alla lunga, in termini soprattutto economici, sarà positiva. Rinegozieranno con gli altri Stati i rapporti commerciali e ci sarà certamente un guizzo quasi “imperiale”.

E’ stato bello vedere, la notte dell’addio, tanto popolo con le bandiere, riconoscersi intorno ai propri simboli identitari, cantare il suggestivo inno (God Save the Queen), in attesa delle 24,00 come se fosse Capodanno. Una festa di riconciliazione e pacificazione. Ridicole, infatti, le osservazioni di molti, su l’isolamento e il tornare indietro dell’Inghilterra. Ma la cosa più evidente è che si è rotto un principio, creato un precedente: dalla Ue si può recedere, visto il fallimento ideale, culturale, istituzionale, sociale (la mala gestione dei migranti) ed economico (i singoli Stati tartassati), di questa istituzione.

Ora Bruxelles sarà costretta a correre ai ripari, ridefinirsi, magari ripensare alla sua Costituzione (i poteri della commissione, un esecutivo eletto dal popolo e non dalle lobby) e ai valori fondanti, a cominciare dal cristianesimo, ignorato dall’attuale Carta, che si ispira unicamente all’Illuminismo.

Una scommessa vinta dagli inglesi e una scommessa da vincere per Bruxelles, che non può più sbagliare: avere una politica economica ma anche sociale e solidale, un esercito europeo, una politica estera comune e una vera governance dell’immigrazione.
Altrimenti i trattati europei ingoiati a fatica dai rispettivi popoli potrebbero essere tutti ridiscussi. Dopo danesi, inglesi, potrebbe essere la volta della Francia (il cui trattato passò a stento). Fino a quando le mere ratifiche parlamentari senza referendum popolari, saranno il cemento di una Ue, “gigante dai piedi d’argilla”?
E l’Italia? C’è già chi parla di Italexit.

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