Coronavirus, Meluzzi va oltre: “Se non chiudiamo i porti non c’è vaccino che tenga”

Interviste

Il coronavirus è stato isolato presso i laboratori dello Spallanzani di Roma. Un successo che fa ben sperare in nuove possibilità per la cura della malattia che si è propagata dalla Cina. “Aver isolato il virus – spiegano dallo Spallanzani – significa avere molte opportunità di poterlo studiare, capire e verificare meglio cosa si può fare per bloccare la diffusione. Sarà condiviso con tutta la comunità internazionale. Ora sarà più facile trattarlo”. Intanto proseguono le polemiche per ciò che riguarda la sottovalutazione del pericolo da parte della Cina, i mancati controlli nei Paesi europei dove ormai da giorni il virus ha fatto la sua comparsa, mentre continua ad essere un vero mistero l’origine reale dell’epidemia e della sua diffusione. Ne abbiamo parlato con il medico e psichiatra Alessandro Meluzzi che torna a battere sulla necessità di fermare l’immigrazione di massa come condizione essenziale per prevenire rischi di nuovi focolai epidemici.

Si è fatto da medico un’idea di quali possano essere state le cause del coronavirus? Cosa c’è ancora di non detto in questa vicenda? 

Innanzitutto dobbiamo separare il complottismo dalla semplice ignoranza. Sull’origine di questo virus non sappiamo nulla di concreto. Sappiamo soltanto che tutto è partito da una regione centrale della Cina, che la diffusione del virus potrebbe essere stata favorita dalla vendita di pesce contaminato o di altri animali da noi considerati non commestibili, come serpenti o pipistrelli. Poi c’è chi dice che in quei luoghi c’è anche uno dei laboratori virologi più importanti della Repubblica Popolare cinese. Non è da escludere che quel virus potesse essere effettivamente studiato in quei laboratori e che possa essere entrato in contatto con gli animali suddetti, infettando poi l’uomo. Insomma, ci possono essere stati tanti tipi di contaminazioni”.

La Cina è accusata di aver sottovalutato i rischi, E’ davvero così? 

Di sicuro per un lungo periodo l’infezione si è incubata e poi si è diffusa senza che venisse lanciato un allarme nazionale o mondiale. Per quanto riguarda il presente noi conosciamo alcune cose, ma ne ignoriamo molte altre”.

Tipo?

“Sfido chiunque a dimostrare con assoluta precisione che il virus non possa contagiare anche nella fase in cui è silente. Su questo aspetto non c’è chiarezza. Quanti sono poi statisticamente i contagiati da ogni malato conosciuto? Si tratta di un virus con un tasso di letalità molto più basso della Sars, ma non ci è dato sapere di quanto. I dati ufficiali parlano di tre morti per ogni contagiato, però i numeri effettivi sembrano non concordare. Non possiamo poi conoscere quali saranno gli effetti a lungo termine del virus, quali conseguenze potrà provocare sul sistema respiratorio e sulle correlazioni con elementi preesistenti, come ad esempio precedenti malattie, disfunzionalità cardiologiche, metaboliche ecc. Come in tutte le malattie virali potremo conoscerne gli effetti reali soltanto alla fine del ciclo, ossia nel lungo periodo. Parlare quindi di situazione sotto controllo mi sembra francamente una frase priva di senso”.

Che fare quindi?

Innanzitutto isolare i casi come mi pare si sia fatto. Al momento non esiste una terapia e nemmeno un vaccino, auguriamoci che una volta isolato il virus si riesca a trovare l’antidoto, ma non sarà sicuramente possibile disporre di un vaccino sperimentabile, iniettabile e industrialmente prodotto prima di un anno almeno”.

C’è chi ha messo in evidenza i limiti della società globalizzata. Di fronte alla libera circolazione delle persone aumenta anche la possibilità che possano diffondersi delle infezioni? Come si può prevenire quindi questo rischio?

“Vede, noi stiamo proprio sperimentando gioie, dolori, virtù, qualità e problemi creati dalla globalizzazione. Questo è un mondo in cui servono confini e vaccini. Nel momento in cui tutti gli individui possono spostarsi dovunque senza confini territoriali, è chiaro che anche fenomeni come le malattie cambiano natura, conoscendo una rapidità di diffusione. Quindi a noi non resta che munirsi delle minime precauzioni. Le mascherine per esempio possono servire a proteggere gli altri da chi è portatore del virus, ma non certo a proteggere chi le indossa, perché per quello servirebbe una schermatura a scafandro come quelle che vengono utilizzate dagli operatori sanitari durante interventi a rischio contaminazione. Per il resto non rimane che adottare le norme basilari, stando due metri di distanza dai possibili portatori, non stringere mani, non baciare nessuno, non toccare bocca, narici e occhi dopo aver attraversato uno spazio potenzialmente contaminato, lavarsi ripetutamente le mani, evitare di toccare maniglie di treni, metropolitane, porte di pubblici locali ecc. dove particelle del virus potrebbe posizionarsi e restare per un tempo minimo ma non brevissimo. Capisce bene che in questo modo si vive nell’insicurezza assoluta”.

Salvini ha accusato il governo italiano di essersi mosso tardi rispetto all’emergenza. E’ davvero così?

“La mia impressione è che gli apparati sanitari pubblici conoscessero la situazione della Cina prima che fosse resa nota in tutta la sua evidenza. Certamente è stato irresponsabile a mio giudizio consentire ad intere comitive di cinesi di viaggiare per l’Italia pur provenendo da una zona ad altissima contaminazione. Ma ovviamente ci sono sempre interessi economici, geopolitici, consuetudini, c’è la necessità di non spaventare l’opinione pubblica. E poi c’è la paura di dover chiudere i porti che alla fine è l’unica cosa che sembra spaventare il governo”.

Che c’entrano i porti?

“Il problema è che l’Africa è stata già toccata dal virus e lo dimostrano i primi casi che si sono manifestati in Costa d’Avorio e nel Sahel. Ci sono sei milioni di operai e lavoratori cinesi nei Paesi africani, vere e proprie città cinesi impiantate laggiù, proprio nelle zone da cui provengono le migrazioni, e almeno mille aziende che operano nell’Africa nera. E consideri che in Africa non ci sono i controlli sanitari draconiani che abbiamo noi. Immaginate cosa possa significare per gli africani la diffusione del coronavirus. Di fronte a tutto ciò la prima cosa da fare da parte del governo sarebbe bloccare la grande migrazione, cosa che non mi sembra all’ordine del giorno”.

Il motivo che ha spinto la Cina a nascondere l’entità del problema è da ricercare nelle ragioni commerciali? Le stesse che hanno portato anche il mondo capitalistico a fare altrettanto?

Le preoccupazioni economiche hanno sicuramente la priorità. L’economia cinese ha già avuto un durissimo colpo a causa del coronavirus. Se tutta questa storia si fosse esaurita spontaneamente senza allarmismi eccessivi, certi danni non ci sarebbero stati. Ovviamente a Pechino in questo momento stanno mettendo in atto tutte le misure scientifiche e di polizia in grado di dimostrare al mondo come il grande ‘ dragone rosso’ stia fronteggiando nel migliore dei modi l’emergenza ed arginare il rischio di altri danni all’economia. Certamente la Cina ha risorse, strutture, apparati dello Stato in grado di contenere l’epidemia, l’Africa no. Per questo la misura più urgente in questo momento da noi sarebbe soprattutto la chiusura dei porti e delle frontiere”. 

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