Coronavirus, allarme dell’esperta: “Serve il telelavoro”. Ma l’Italia è messa male

Politica

Altro che situazione sotto controllo, altro che allarmismo ingiustificato. Il coronavirus fa paura ed è opportuno correre ai ripari.

Ne è convinta la virologa Ilaria Capua che, ospite al programma L’Aria che Tira su La7 spiega: “Ogni malattia infettiva ha un periodo di incubazione, durante il quale il soggetto infetto non mostra sintomi. Le aziende che hanno la possibilità di far lavorare con il telelavoro, per piacere comincino a pensarci. Questa infezione arriverà in Italia, farà il giro del mondo, combinerà dei guai nei Paesi più poveri e quindi organizziamoci”.

Insomma, la situazione potrebbe aggravarsi seriamente, ragione per cui è opportuno adottare delle adeguate misure precauzionali, evitando che troppe persone possano stare a contatto, le une con le altre, in ambienti chiusi e affollati. “Il contagio certo che avviene anche senza sintomi – spiega l’esperta – Una persona che comincia a starnutire è infetta”.

Ciò significa che potremmo avere accanto, anche sul posto di lavoro o anche in metro o in qualsiasi locale pubblico, un soggetto potenzialmente infetto che però non presenta sintomi particolari ed evidenti. E che anche con un semplice e apparentemente innocuo starnuto potrebbe trasmetterci il virus.

Da qui l’invito alle aziende a far lavorare i propri dipendenti sfruttando il sistema del telelavoro, ovvero impedendo la concentrazione negli uffici.

Il telelavoro infatti può essere inteso come un modo di lavorare indipendente dalla localizzazione geografica dell’ufficio o dell’azienda, facilitato dall’uso di strumenti informatici e telematici e caratterizzato da una flessibilità sia nell’organizzazione, sia nella modalità di svolgimento.

Ma qual è la situazione in Italia? Tanto per cambiare siamo ultimi in Europa.

Nel 2017 uno studio del Fondo Europeo di Bublino sullo stato del lavoro flessibile nei Paesi Ue certificò che: “In Italia possono lavorare in modo stabile oppure occasionale fuori dall’ufficio solo il 7% della forza lavoro: la metà dei lavoratori spagnoli, un quarto di quelli francesi e meno di un quinto di quelli dei paesi scandinavi, dove un terzo della forza lavoro ha la possibilità di svolgere la propria attività professionale da casa o comunque da luoghi diversi dall’ufficio aziendale”. E la situazione da allora non sarebbe migliorata di molto. 

Presto però potrebbe diventare essenziale applicare questo tipo di lavoro, non soltanto per esigenze di flessibilità e di maggiore efficienza (negli Stati Uniti dove il sistema è in vigore da anni i risultati sono stati eccellenti), ma soprattutto per ragioni igienico sanitarie legate appunto alla necessità di impedire la diffusione dei virus. E l’allarme lanciato dalla virologa sembra tanto un invito all’Italia ad attrezzarsi in tempo per non farsi trovare, ancora una volta, impreparata. 

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