Omicidio 15enne a Napoli, Roberta Bruzzone: “Contesto ad alto potenziale criminale”

Interviste

Sarebbe indagato per omicidio colposo il carabiniere 23enne che la notte scorsa a Napoli ha esploso tre colpi di pistola e ucciso un ragazzo di 15 anni dei Quartieri spagnoli. Si tratterebbe comunque di un atto dovuto, dal momento che gli accertamenti sulla dinamica dei fatti sono ancora in corso. Secondo una prima ricostruzione il militare era in auto con la fidanzata intento a parcheggiare, quando lo scooter con in sella il 15enne e un complice di 17 anni, si sarebbe avvicinato alla vettura: i due, col volto coperto dal casco integrale, avrebbero impugnato una pistola e minacciato il carabiniere intimandogli di consegnargli l’orologio che aveva al polso. Il giovane carabiniere avrebbe però reagito al tentativo di rapina sparando agli aggressori. Il 15enne è morto in ospedale, al Pellegrini, dove i familiari e gli amici per rabbia hanno devastato tutto. Ma non è finita qui, perché nelle prime ore di domenica sono stati sparati colpi all’esterno della caserma Pastrengo, sede del comando provinciale dei carabinieri a Napoli. Gli spari potrebbero essere stati esplosi come manifestazione di violenza contro l’Arma, ma anche contro l’altro ragazzino invischiato nella rapina e fermato dai militari, per avvertirlo di tenere la bocca chiusa mentre era sotto interrogatorio. Abbiamo provato a fare il punto sulla vicenda con la criminologa Roberta Bruzzone.

Che idea si è fatta dell’accaduto? Si può parlare di legittima difesa da parte del carabiniere che ha sparato e ucciso il 15enne o il militare può aver avuto una reazione sproporzionata?

“Saranno naturalmente gli inquirenti a stabilire l’esatta dinamica dei fatti e gli accertamenti sono tuttora in corso. Come sempre accade in questi casi, si procede ad indagare la persona che ha sparato con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, ma si tratta di un atto dovuto. Accertare l’esatta dinamica sarà fondamentale, e come spesso avviene in casi come questo, si finisce per archiviare la posizione di chi si è difeso”.

Alla luce delle prime ricostruzioni, pensa che il militare non abbia nulla da temere?

“Da quello che si è potuto finora appurare si sarebbe trattato di un tentativo di rapina dalle modalità molto violente. Sembra addirittura che i due rapinatori non abbiano desistito dal loro proposito nemmeno dopo che l’uomo si sarebbe qualificato come carabiniere. E’ evidente che questo fatto ha finito con lo scatenare una prevedibilissima reazione nel militare. Se neanche di fronte alla consapevolezza di avere davanti un agente di polizia si fa un passo indietro rispetto al tentativo di rapina messo in atto, ciò starebbe a significare un elevato grado di pericolosità dei due malviventi. Questo atteggiamento credo sia stato determinante nello spingere l’uomo ad aprire il fuoco. Poi non va trascurato un particolare”.

Ossia?

“La presenza nell’auto di un’altra persona, ovvero la fidanzata dell’uomo. Anche questo aspetto ha sicuramente contribuito ad innalzare il livello di paura da parte del carabiniere che a quel punto ha temuto non soltanto per la sua vita, ma anche e soprattutto per quella della compagna. Mi pare che stando così le cose ci siano tutti gli elementi per riconoscergli la legittima difesa”.

Il fatto che il 15enne avrebbe continuato a minacciare l’uomo anche dopo aver appreso che era un carabiniere, per giunta con una pistola che sarebbe risultata una scacciacani, che sta a dimostrare? Spavalderia, spregiudicatezza, sprezzo del pericolo? Cosa?

“Cosa vuole che le dica? Vista anche la reazione dei familiari al pronto soccorso dove il ragazzo è deceduto e tenuto conto del curriculum di alcuni componenti della famiglia che sembrerebbe tutt’altro che limpido, arrivo a concludere che forse non era la prima volta che questo ragazzino metteva in atto questo genere di attività criminali. E’ legittimo quanto meno ipotizzarlo. Come si può giustificare un ambiente familiare composto da persone che, di fronte ad una tragedia del genere, non trovano di meglio da fare che devastare un reparto ospedaliero? E comunque, fermo restando che si tratta di un ragazzo di 15 anni morto tragicamente, non possiamo far finta di non vedere che il sabato sera, invece di stare a casa a guardarsi una serie tv, a giocare con il computer, la vittima nel cuore della notte stava per strada a tentare una rapina. Di cosa stiamo parlando? Con tutta la buona volontà mi pare ci sia poco da discutere”.

Gli spari davanti al comando provinciale dei Carabinieri di Napoli da parte degli amici del ragazzo morto invece cosa rappresentano? Una sfida allo Stato?

“E’ la prova di un ambiente familiare, culturale e sociale di riferimento, altamente criminale. Le persone di fronte ad una simile tragedia non farebbero mai cose del genere, non devasterebbero un ospedale e non andrebbero a sparare davanti ad una caserma. Molto probabilmente questo ragazzo sin da bambino è cresciuto con valori di riferimento sbagliati e quando si cresce in un certo modo, poi il rischio di restare vittima del contesto criminale in cui si è inseriti, è purtroppo molto elevato? Non sarebbe mai dovuta succedere una cosa del genere, un 15enne non può morire in questo modo, ma certamente l’altra notte non si trovava lì per sbaglio”.

Si può fare riferimento alla camorra, o possiamo definirlo un caso di delinquenza comune?

“Anche questo dovranno stabilirlo gli inquirenti. Se è o meno camorra lo si capirà dalle indagini, ma da quello che si sta leggendo in queste ore mi pare che il tutto sia maturato in un contesto ad altissimo potenziale criminale ma non organizzato. Parlerei quindi di criminalità comune”.

Il fatto che familiari e amici continuino a definire la vittima un “bravo ragazzo” dà l’impressione di un ambiente in cui i confini fra criminalità e legalità sono del tutto sconosciuti?

“Mi sembra chiaro. Se dal loro punto di vista è normale andare in giro in piena notte a rapinare la gente, chi lo fa è logicamente una brava persona. Quindi non mi stupisce ascoltare simili discorsi da chi è nato e cresciuto nello stesso contesto culturale e sociale di riferimento. Questa è forse l’ulteriore dimostrazione di come questo sfortunato ragazzo sia stato vittima di disvalori consolidati e di come per lui fosse assolutamente normale compiere certe azioni. Per lui alla fine si è trattato di mettere probabilmente in pratica un codice di comportamento cui è stato educato sin da piccolo. In certi contesti il confine fra il lecito e l’illecito non esiste”.

 

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