Elezioni Roma, flop dei 5S. Becchi: “Colpa della Raggi e di Conte”

Interviste

Le elezioni suppletive che si sono svolte domenica scorsa nel collegio 1 della Capitale per eleggere il sostituto di Paolo Gentiloni nominato commissario europeo, hanno segnato la vittoria del Pd che ha riconfermato il seggio andato al Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Ma a far discutere, oltre al prevedibile e scontato astensionismo causato dalla paura del coronavirus, è stato il flop del Movimento 5 Stelle che proprio a Roma, dove da quattro anni governano i pentastellati con Virginia Raggi, ha raccolto un misero 4%. Sfiducia per l’operato della Raggi? O quali sono le cause di un tracollo che procede inarrestabile? Prova a rispondere alla domanda il filosofo Paolo Becchi che in questo periodo è particolarmente attivo nel sostenere le ragioni del No al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari.

Come interpretare il 4% dei 5 Stelle a Roma alle suppletive di domenica, proprio nella città amministrata da Virginia Raggi?

“E’ la prova di come il Movimento stia attraversando un momento di grande confusione. Prima almeno c’era un capo politico riconosciuto che era Luigi Di Maio, che nel bene o nel male faceva da parafulmine agli insuccessi elettorali. Adesso invece non c’è più neanche un riferimento. C’è Crimi, che però non è stato eletto da nessuno, è stato scelto per anzianità senza neanche passare per una consultazione in rete. Il tutto in attesa del congresso di cui si sono perse completamente le tracce. Diciamo che sono allo sbando totale”.

Ha pesato anche la gestione negativa del Campidoglio targata Raggi?

“Certamente, ha pesato l’insuccesso della Raggi come sindaco, ma credo vada analizzato soprattutto il risultato sorprendente di Gualtieri. Ciò significa che il Pd si sta risollevando, non per merito di Zingaretti, ma per inerzia e incapacità dei grillini. I quali continuano a sostenere un governo guidato da un personaggio come Conte che è sempre più legato ai dem e sempre meno ai 5 Stelle. Lo stiamo vedendo in questi giorni proprio in occasione dell’emergenza coronavirus”.

In che senso?

“Nel senso che quando si creano situazioni di emergenza come quella che il Paese sta vivendo in questo periodo, il partito di maggioranza relativa in Parlamento dovrebbe essere quello che più di tutti occupa la scena mediatica e che dovrebbe determinare le decisioni. Invece i pentastellati sono completamente assenti, come se la vicenda non li riguardasse minimamente. Abbiamo un Conte iperpresenzialista e un Pd che, in perfetta sinergia con il premier, sembra aver assunto la cabina di regia della crisi, quasi fosse il partito guida della maggioranza. Ma del resto lo avevamo previsto tutti che sarebbe finita così, che l’abbraccio con i dem avrebbe finito per relegare il Movimento ai margini. Se è vero che con il governo gialloverde a guadagnarci era soprattutto la Lega, è però altrettanto vero che i 5 Stelle riuscivano comunque a mantenere la loro visibilità, oggi completamente assorbita dallo strapotere del Pd. Di Maio ha dato le dimissioni, i gruppi parlamentari sono allo sbando e la linea politica non esiste”.

A questo punto il Movimento è davvero al tramonto?

“Al momento mi pare evidente. Basti vedere anche la posizione ambigua e contraddittoria che hanno assunto in vista delle prossime elezioni regionali. In Liguria sono pronti a fare l’accordo con il Pd, in Campania forse, nelle altre regioni andranno invece da soli. Che senso ha tutto questo? Se si sta al governo con il Pd perché non amministrare insieme anche sui territori? O perché accordarsi in una regione e non in un’altra? In Liguria lasceranno decidere alla rete se siglare o meno l’alleanza con i dem, il tutto per lavarsi le mani e non assumersi direttamente la responsabilità della scelta. Hanno soltanto una possibilità per un ritorno positivo di immagine”.

Ossia?

“Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, indipendentemente da quando ci sarà. E’ evidente che quello sarà il momento giusto per issare la bandiera e prendersi il merito del risultato che sperano di ottenere. Poco importa se poi mandando a casa metà del parlamento si distruggerà la democrazia rappresentativa senza aver in alcun modo assicurato quel passaggio alla democrazia diretta che ispirava l’azione del Movimento delle origini. Ma per i pentastellati sarà l’occasione per provare a rilanciarsi, anche se poi nei fatti la riforma l’hanno votata tutti e tutti potranno comunque accampare meriti, ad iniziare dal Pd”.

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