Coronavirus, Massimo Fini: “Quando io e Ratzinger denunciavamo il progresso”

Interviste

L’emergenza coronavirus a detta di molti sarebbe la certificazione della crisi del sistema globalista, un mondo che dopo esserci stato presentato come la soluzione di tutti i problemi, nel corso degli anni ha messo in evidenza limiti, contraddizioni e soprattutto pericoli. Rischi di carattere economico ma anche sanitario visto che la libera circolazione di merci e persone inevitabilmente non può che favorire anche la libera circolazione dei virus, dei morbi, delle malattie. E paradossalmente la risposta all’emergenza sanitaria globalista diventa improvvisamente “sovranista” con la chiusura dei confini, non nazionali, ma addirittura comunali,  Il coronavirus secondo molti è la prova provata della letalità stessa di un mondo globalizzato. Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto allo scrittore Massimo Fini che già nel 1985 nel suo libro “La Ragione Aveva Torto” metteva in evidenza come il progresso scientifico, tecnologico e industriale non avesse affatto migliorato la vita delle persone. E arrivava a mettere in discussione l’intero impianto dell’Illuminismo basato sulla supremazia della ragione.

Anche secondo lei l’emergenza coronavirus fotografa la crisi della globalizzazione?

“La globalizzazione andava fermata anni fa. Ricordo quando nel 1998 l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton affermava che la globalizzazione era un dato di fatto, una certezza indiscutibile. Sull’altro fronte Fidel Castro dichiarava che negare la globalizzazione era come negare la forza di gravità. Nè il mondo capitalista, nè quello comunista compresero la gravità di ciò che si stava accettando. Ci fu una vera e propria corsa a chi fosse più globalista”.

Cosa ha comportato di fatto la globalizzazione?

“Si è pensato che l’essere interconnessi l’uno con l’altro, da un confine all’altro del pianeta, fosse la soluzione a tutti i problemi. Peccato che l’interconnessione però non abbia affatto migliorato, anzi ha di fatto aggravato, le nostre condizioni di vita esponendoci a nuovi pericoli. Anche se è spiacevole dirlo, l’unico aspetto positivo del coronavirus è che ci sta costringendo a cambiare il nostro stile di vita, le nostre consolidate abitudini. La corsa sfrenata al consumismo che fino a ieri sembrava la priorità di ognuno, oggi sta cedendo il passo all’esigenza di autotutelarsi e proteggersi. Scoprendo improvvisamente come la casa, dove fino a ieri forse si andava soltanto a dormire, sia il luogo più sicuro in cui rifugiarsi. Chissà che questa situazione non ci faccia ricredere su tante convinzioni errate”.

Non c’è proprio nulla da salvare della globalizzazione?

“Più che la globalizzazione io sono contro la tecnologia applicata che ci regala soltanto una grande illusione. Da un lato sembra risolvere un problema, dall’altro però ne crea di nuovi e più insidiosi proprio come sta avvenendo oggi con il propagarsi dell’epidemia da coronavirus. Che certo non è spuntata dal nulla. Sfido chiunque ad affermare senza tema di smentita che la tecnologia ci abbia resi più liberi, più umani, più solidali e sicuri e che abbia realmente migliorato la qualità della nostra vita permettendoci di non avere più a che fare con emergenze di tipo economico, sociale e sanitario. E quando si presenta un’emergenza, come sta avvenendo in questi giorni, l’istinto di sopravvivenza prevale sempre sulla ragione”.

Si sente un profeta? In fondo ne “La Ragione Aveva Torto” lei negò che il progresso tecnologico avesse realmente migliorato le cose ed evidenziò come in fondo si stesse meglio quando si ragionava di meno.

“Sono sempre più convinto di ciò che scrissi nell’ormai lontano 1985. Penso che a due secoli e mezzo di distanza dalla Rivoluzione industriale sia oggi più che mai necessario interrogarsi sui frutti prodotti da quella stagione. Io non sono affatto convinto che il mondo di oggi, il mondo tecnologicamente avanzato, sia migliore di quello dei secoli che hanno preceduto la rivoluzione industriale. Mi fa piacere che oggi a dirlo non siamo più così pochi. Fino a non molto tempo fa negare la validità del progresso tecnologico equivaleva ad essere eretici. Soltanto io e l’allora cardinale Ratzinger, poi diventato papa, avevamo la forza e il coraggio di affermare che lo sviluppo tecnologico, lungi dall’essere un bene, era una pericolosa minaccia per il genere umano”.

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