Virus-docet. Quanti canterini non fratelli d’Italia, ma del Grande Fratello

Politica

Cronache da Corona-city. Ecco l’effetto dello stare chiusi in casa.

Cosa fanno gli italiani quando si annoiano? Cosa fanno i mariti quando non possono vedere l’amante, o i ladri quando non possono rubare, oppure i malati di calcio senza partite in tv o stadi aperti? Oppure le casalinghe, che per evadere da figli e mariti faticosi e pallosi, erano abituate a riempire le loro giornale con apericene, balli, gite, palestre, meditazioni orientaleggianti, passeggiate, corse nevrotiche nei parchi e chiacchiere inutili con le amiche? E cosa fanno quelli che non sanno fare a meno della droga, salvo quei pochi, subito pizzicati dalla Polizia, che hanno finto di andare dal giornalaio, o in banca o a fare la spesa e si sono rivolti al solito spacciatore travestito da postino o da runner?

Semplice, in omaggio alla nostra tradizione canterina e non solo (spaghetti, pizza e mandolino), cantano. Canta che ti passa. E’ da giorni che ogni cinque, sei ore, assistiamo alle esibizioni un po’ patetiche e grottesche di tanti disperati finto-euforici che si affacciano al balcone e intonano Azzurro, l’inno di Mameli, Roma Capoccia etc.
Un Festival di Sanremo alla rovescia. Per carità niente di sbagliato, ognuno fa quel che vuole. Ma che tristezza, sembra il ballo del topo in gabbia. Tanti cazzoni che oscillano con accendini, sorrisi ostentati e mani sul cuore.

Più che patrioti, fratelli d’Italia, sono figli del Grande Fratello, di Maria De Filippi, Barbara D’Urso, XFactor, aspiranti tronisti in terapia collettiva, con tanto di omelia ricorrente dei Morelli di turno, eterni dispensatori di melasse celesti.
Italiani che fanno comodo a Conte per dimostrare che l’Italia è unita, ce la farà, e che non si arrende. E soprattutto, che è disciplinata. Accetta e condivide le regole del governo.

Una moda, il cantare, tra l’altro nemmeno originale, nostra, ma importata dalla Cina che ha cominciato per prima la tradizione. Ma la globalizzazione mica è acqua minerale, è anche contaminazione, dai virus alle risposte antropologiche e sociali. Si chiama imitazione o pappagallismo mediatico.
Chi scrive è convinto che al contrario, questo sia un tempo di riflessione autentica, di analisi critica sul senso della vita. Un ragionamento profondo e obbligato sulle cose che contano, sulle persone importanti, sull’interiorità e la spiritualità, magari leggendo un libro, ascoltando della buona musica, parlando con padri, madri, nonni, figli, amici veri.
Ebbene sì. Il virus ci dovrebbe far ritrovare il valore della relazione, dimenticando individualismo, materialismo e coltivazione esclusiva degli interessi personali.

Ma siamo sicuri purtroppo, che salvo lodevoli eccezioni, per un’antica legge umana, appena si riallenteranno le briglie, appena il mostro sarà sconfitto, tutti i canterini nostrani si riammasseranno per ansia compulsiva da dipendenza, sulle strade, riaffollando stadi, pub, locali, ristoranti, come se nulla fosse stato. Recuperando solo vizi e non virtù.

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