Coronavirus, le nuove disposizioni: chi può uscire e chi no

Politica

Una cosa va detta: i decreti del governo con le misure per il contenimento dell’epidemia di coronavirus, non brillano certamente per chiarezza. Non è ben chiaro quello che è consentito, quello che è vietato, in che misura e come. Al punto che tanta gente continua a muoversi liberamente come se nulla fosse, in virtù del celebre motto italico che “le leggi vanno sempre interpretate”. E gira che ti rigira si trova sempre la forma per aggirarle.

In più sotto accusa c’è anche la comunicazione del governo, in particolare le conferenze stampa del premier Conte a tarda notte e la difficoltà di capire, fra le righe del politichese, cosa cambia rispetto a prima. Visto che c’è sempre il “ma” e il “però” ad accompagnare ogni divieto. 

Sono gli italiani ad essere tutti irresponsabili, o forse sono le leggi a creare confusione? L’ultima ordinanza emessa congiuntamente dai ministri dell’Interno Lamorgese e della Salute Speranza, che ha di fatto imposto il divieto di uscire dal comune in cui si è domiciliati, come va interpretato?

Proviamo a fare un po’ di chiarezza, sperando di riuscirci.

Iniziamo con il dire che le nuove misure restrittive hanno come principale obiettivo quello di impedire spostamenti da nord a sud della Penisola, di fatto cancellando le disposizioni precedenti che consentivano il ritorno al proprio domicilio da parte di chi si era allontanato.

Non solo, il divieto a questo punto è esteso anche a tutti i lavoratori che fino ai giorni scorsi si spostavano da un comune all’altro per raggiungere l’azienda dove erano impiegati. Molte fabbriche, ritenute non essenziali per la fornitura dei servizi indispensabili, sono state chiuse e quindi è venuta meno anche la possibilità di spostarsi per ragioni di lavoro.

Sono un’ottantina in totale le attività ammesse che possono continuare a lavorare: studi legali, uffici postali, servizi finanziari e assicurativi, attività alberghiere, edicole, agenzie di distribuzione di giornali e riviste, oltre a quelle indispensabili a garantire la filiera alimentare.

Sono stati chiusi parchi e giardini pubblici, quindi le passeggiate a piedi o con il cane sono consentite per periodi limitati e soltanto in prossimità della propria abitazione rispettando le distanze di sicurezza.

Chi non rispetta il divieto sarà denunciato in base all’articolo 650 del codice penale che prevede l’arresto fino a tre mesi e l’ammenda fino a 206 euro. La disposizione avrà effetto fino al 3 aprile.

Si apre intanto una settimana decisiva per capire se le misure fin qui adottate stanno dando o meno risultati.

Il numero dei contagiati e delle vittime, secondo il bollettino giornaliero della Protezione Civile resta alto, ma ieri si è registrata una leggera flessione rispetto al giorno precedente. Ieri infatti i morti sono stati 651 e i nuovi contagiati 3.957, contro i 793 decessi e i 4.821 positivi in più di sabato. E’ triste dover fare il conteggio di vittime e infettati, esultando per il calo dei numeri che restano comunque allarmanti, ma purtroppo è proprio da questi dati che si può capire se l’inversione di tendenza tanto auspicata ci sarà o meno.

Il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, parla di dati “in controtendenza e che ci auguriamo possano essere confermati nei prossimi giorni. Non abbassiamo la guardia”.

L’importante ora è non farsi trascinare troppo dall’entusiasmo. Qualora i numeri iniziassero a scendere ciò non significa che il pericolo è alle spalle. Come raccomandato anche da Gianni Rezza, dell’Istituto Superiore di Sanità: “Il numero di contagi giornalieri non aumenta e questo è confortante – spiega – ma bisogna essere cauti perché i numeri restano alti e il trend va visto in un periodo di medio termine. Probabilmente in Lombardia qualche effetto le misure di distanziamento iniziano a darlo, come abbiamo visto a Codogno, ma è presto per dirlo. L’impatto delle misure lo potremo valutare a fine mese, non da un giorno all’altro”.

Quindi bisogna continuare ad osservare le restrizioni e a non uscire di casa salvo negli ormai pochi casi previsti dai decreti. E soprattutto evitando di uscire dal territorio del comune in cui si risiede al momento, salvo che “per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”.

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