Virus docet. Conte, Salvini, Trump, Johnson, sbagliano comunicazione

Politica

Cosa non funziona nella comunicazione dei leader politici di governo e di opposizione in questo momento?
Un vulnus li affligge, e la cosa non riguarda solo l’Italia. Il virus è globale, come i suoi effetti e come dovrebbero essere le risposte da parte degli Stati, della Ue, del mondo.

E’ un problema di diagnosi del contagio e di terapie corrette. E senza dubbio, un limite preliminare è già negli schemi interpretativi che rischiano di inficiare tutti e due gli aspetti. Schemi ideologici, spesso superati.
Entriamo nel dettaglio: se qualcosa sta insegnando o dovrebbe insegnare questo dramma planetario è il primato del bene comune, dell’interesse generale, sull’individualismo, sull’egoismo sociale. E non per secondo, il fallimento di un certo ultraliberismo che ha portato a massacrare, demolire, nel nome delle privatizzazioni, della deregulation a 360 gradi, il concetto di pubblico, di Welfare, e nella fattispecie, di sanità pubblica, fiore all’occhiello di molti paesi, a partire dal nostro. Col pretesto del cattivo funzionamento della burocrazia, della malagestione politica dei partiti, dei tagli, degli sprechi, si è buttato via tutto.

E ora, l’unica cosa che non va fatta, in sede di oculata ripartenza dell’economia, quando naturalmente ciò sarà possibile, è riproporre le medesime ricette che hanno penalizzato famiglie, persone e comunità.
Ma questo riguarda il “dopo”. Adesso pensiamo alla classe politica nazionale e internazionale. Pensiamo all’“oggi”. Anche perché la gestione di questo doloroso momento rappresenta per chi comanda, per chi ha forti responsabilità, un importante e spietato banco di prova, senza esami di riparazione.

Comunicazione populista. Sta dimostrando i suoi limiti genetici. Funziona dall’opposizione, quando si tratta (pensiamo a Salvini) di incarnare paure, angosce, come è accaduto su immigrazione, legittima difesa-criminalità, odio per il diverso, l’immigrato, il delinquente etc. Salvini, infatti, ha iniziato a perdere una fetta di popolarità, proprio quando è partita la conta dei morti. La gente, storicamente e psicologicamente, si aggrappa ai simboli istituzionali che percepisce come stabili, capaci di governare, di decidere, capaci di infondere sicurezza, rassicurare, tranquillizzare, unire il paese (in questo momento, ad esempio, papa Francesco, il presidente Mattarella). I cittadini non hanno bisogno di ulteriori angosce e nuova rabbia. La comunicazione della Lega, non a caso, da un mese è debole, svuotata, priva di mordente. La richiesta di migliori interventi e maggiori investimenti per far ripartire le imprese, rende inesorabilmente inefficace, gregario, secondario, il suo messaggio rispetto all’esecutivo. Alla copia si preferisce sempre l’originale.

Comunicazione liberista. Basata sull’efficientismo aziendale, la positività religiosa dell’imprendere, la capacità economica degli individui, l’assertività mistica della vendita, del commercio, e di conseguenza del consumo, di fronte al blocco delle attività e al lutto oggettivo del popolo, tale filosofia inesorabilmente si spegne, si esaurisce. Questo è il vero motivo alla base dell’incapacità iniziale di Trump, Johnson, e anni fa di Berlusconi, di agire con velocità, reattività istituzionale, e che ha fatto palesare il loro pericoloso relativismo, l’indisponente cinismo e quella sorta di apparente indifferenza rispetto all’epidemia. Mascherata da tesi blande e superficiali, tipo l’immunità di gregge o i numeri più alti dell’influenza, contrapponendoli alle vittime del Coronavirus.

Comunicazione governativa. Il focus è su di noi. Si critica il popolare Orban (ma resterà nel Ppe?), di aver imposto una dittatura in seno alla Ue. Si grida allo scandalo. Ma andiamo alla sostanza. Eletto più volte dal popolo, il leader ungherese ha ottenuto il via libera dal parlamento e d’ora in poi, governerà a suon di decreti.
Del resto, l’emergenza impone lo Stato di eccezione. Ma in Italia è avvenuta la stessa cosa, col gradimento dell’opinione pubblica, non ci sono state rivolte, sommosse. Conte (ricordiamo, è un premier senza consenso elettorale, non è frutto delle urne), ha legittimamente preso i poteri in mano (l’esigenza di priorità del comando, della sua unità, velocità, centralità), si è scontrato con le Regioni, responsabili per la Costituzione (riforma del Titolo V) dell’amministrazione sanitaria, governa a suon di decreti e solo in un secondo tempo ha aperto alle opposizioni (quando il capo dello Stato glielo ha imposto), e riaperto il Parlamento.
La sua comunicazione è stata ed è, molto dirigista. Conferenze stampa a sera inoltrata, con annunci che hanno rimandato sempre al giorno dopo i contenuti delle decisioni, al punto da risultare incomprensibili ai più. Un gradualismo di scelte che stiamo pagando, condizionato più dal timore per la compressione delle libertà individuali, che non dall’emergenza sanitaria.

Per non parlare, infine, della forma comunicativa. L’uso intelligente dei social e della rete, ormai patrimonio tecnico accettato da tutte le istituzioni, non può annullare totalmente il confronto fisico con i giornalisti. A questo, va detto, si è rimediato nelle successive conferenze stampa, ma il dato emerso nuovamente è che sembrano preferire, nel loro svolgimento, più i giornali on line che non quelli cartacei. L’intervista concessa al Corriere della sera, da parte del portavoce di Palazzo Chigi, è stata più un atto di debolezza che una efficace difesa d’ufficio dell’azione del governo.
Riuscirà la comunicazione nazionale e internazionale a recuperare? Dipende dai contenuti che scenderanno in campo.

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