Virusdocet. Caro Porro, noi italiani scimmie ammaestrate, ma per cosa?

Politica

La puntata di ieri di Quarta Repubblica, ha avuto il merito di non fermarsi allo psicodramma del presente, motivato ovviamente da una paura e da un senso di insicurezza veri, ma di iniziare a proiettarsi verso il futuro, cioè la ripartenza economica e gli effetti psicologi del Coronavirus.

E su quest’ultima parte vorrei soffermarmi, il panel che ha visto impegnati soprattutto Puca, Sgarbi e Buttafuoco.
Cari amici, le prove sono per noi, non sono contro di noi. Nella vita degli uomini e delle società, da quando esiste il mondo, capitano ripetutamente crisi economiche, guerre, rivoluzioni, pestilenze. E lo spessore delle civiltà si vede proprio dalla capacità di reazione, di ripensarsi collettivamente. Non vorrei fare il raffronto dei nostri morti tra questo contagio (al momento, 16.000), e quelli della prima guerra mondiale (600mila), tra l’altro italiani ora costretti a stare a casa, allora costretti ad andare in trincea.

E allora mi spiego. Ci sono due dimensioni da affrontare, che però non vanno sovrapposte.
Quella privata e quella pubblica. La prima, riguarda l’insegnamento che le persone dovrebbero trarre singolarmente da questa maledetta esperienza. La seconda, le ricette generali riguardanti il dopo.

Dimensione privata. Abbiamo visto il pullulare di nuovi soloni, sacerdoti della “mistica domestica”, psicologi, nutrizionisti, attori di grido, che ci hanno detto cosa fare, come farlo, come essere felici agli arresti domiciliari.
E noi che abbiamo fatto? Li abbiamo seguìti, prima con slancio, poi con rassegnazione, infine mesti, riproducendo in due metri quadrati la stessa vita che facevamo fuori di casa: cene dentro, aperitivi via social, palestra dentro, film in stanza, musica dentro etc.
Però credo, è la mia speranza, che qualcuno sia andato oltre: abbia cominciato una seria riflessione sulla propria vita.
Sto parlando del recupero del tempo interiore, la capacità di dare importanza alle persone e alle cose che contano, il senso della nostra esistenza, e magari la capacità di capire il superfluo, l’inutile, le dipendenze, i troppi lunapark che hanno infestato e riempito il nostro vuoto esistenziale, fatto unicamente di corsa e di corse. Questa è la valenza culturale. Ha ragione Puca quando parla di riscoperta della relazione, famigliare, sociale, la consapevolezza che al centro ci sono gli altri, i deboli, gli anziani, i piccoli, e non solo noi stessi, il nostro ego. E che ogni nostra azione è collegata, ha una causa e una conseguenza. Si chiama relazione, comunità, polis.

E allora noi “scimmie obbligate, finto-euforiche”, ci siamo guardate allo specchio e non ci siamo piaciute. Nel giro di poche settimane siamo diventate “scimmie depresse”. E’ terribile accettare il limite, la precarietà, il fatto che moriamo, che ci riempiamo di vuoto, e che l’80% delle nostre attività sono superficiali e sterili.
E anziché farne tesoro, in molti stanno reagendo male. Pensano istericamente e nostalgicamente al passato. Sono pronti a rituffarsi peggio di prima nelle abitudini precedenti. Pronti a stordirsi di nuovo. Non hanno capito niente.

Il Coronavirus ci ha insegnato che una società si fonda in primis, sul primato del bene comune, dell’interesse generale e non sull’individualismo, refrattario a ogni regola, autorità, valori vissuti da noi come dittatura. Gli stessi veri liberali dovrebbero infastidirsi nel vedere come la società liberale abbia lasciato il posto alla sua parodia: la società delle pulsioni dell’io, dove ogni desiderio deve diventare un diritto, dove “io sono ciò che desidero, sono ciò che voglio essere e ciò che mi sento di essere. E lo Stato deve farmi fare quello che dico io, punto e basta, altrimenti è un nemico etico, confessionale, militare, comunista”.
Mi rendo conto che è un esame difficile. In studio, caro Porro, hai ospitato personaggi che sull’ego mediatico individualista liberale (Sgarbi), o sul romanticismo barocco-estetico (Buttafuoco), o sulla visione liberal-diritti civili (altri), sono incapaci per professione di farsi e indurre la gente a una autentica riflessione critica.

Dimensione pubblica. In questo caso i nuovi soloni, i nuovi sacerdoti sono finora i virologi, gli esperti, i medici, gli epidemiologi e affini, che hanno realizzato, anche a ragione, uno Stato psico-sanitario, che però non controllano. Primo, perché sul Coronavirus stanno dimostrando di andare a farfalle (la scienza non è una religione), e poi perché collaborano con una classe politica che naviga a vista. Questi nuovi sapienti in camice ci hanno trasformati in “scimmie canterine”, più alla X-Factor, più figli del Grande Fratello, di Barbara D’Urso, che patrioti; in “scimmie eterne dal recinto” (tutti ordinati in fila davanti ai supermercati e le farmacie). Non possiamo girare (e io detesto anche i furbetti delle passeggiate), hanno pensato subito ai cani e solo dopo ai bambini (basti vedere i decreti e chi li ispira), qualcuno non può accedere ai buoni pasto (caso Parma poi rientrato), se non antifascista, arcobaleno e tollerante.

Non possiamo andare a messa e possiamo solo pregare in cucina, come dice Fiorello. E se la pensiamo in modo difforme dal pensiero unico, siamo complottisti. Ed ecco arrivare la commissione “anti-fake-news”. D’accordo facciamola, ma non solo con esperti politicamente corretti, e con giornalisti area-Repubblica, ma con tutti: organizziamo un bel Festival della post-verità e ci divertiamo veramente: nessuno ha ancora capito se il virus è nell’aria, se le mascherine servono, se si trasmette agli animali e viceversa, se c’è un rapporto tra i molti anziani deceduti e il vaccino anti-influenzale. Così giusto per ricordare.

Non vorrei che questo esperimento sociale possa aver allettato qualcuno, facendogli accarezzare l’ipotesi che funziona meglio una grande dittatura, magari economica, tecnologica, mediatica.
Vedremo adesso col Mes, vero, finto, con i bond che Conte saprà ottenere e quale vendita commerciale promuoverà Palazzo Chigi. Non vorrei che questo autoisolamento di massa, porti a riproporre formule fallimentari, che ci hanno portato all’attuale disastro. E’ evidente che la globalizzazione funzioni anche in negativo, che le chiusure degli Stati sono insufficienti, e che l’ultraliberismo, col pretesto dell’occupazione politica dello Stato, e degli sprechi, abbia demolito il nostro Welfare, la sanità pubblica, vera eccellenza italiana. Non vorrei che dietro la battaglia della ripartenza delle imprese e della giusta sburocratizzazione si nascondano ancora le vecchie ricette.

Si enfatizza il concetto di “Dopo Guerra”, di “Nuovo Rinascimento”, ossia il vecchio sogno di ricostruire un mondo perfetto, un novello paradiso sulla terra. Utopie antiche. Che tradotte vorrebbe dire ancora una volta, una nuova globalizzazione, una tirannide economica e tecnologica, un pensiero unico laicista, ancora più violenti e invasivi. Tante tirannidi nazionali, chiuse, vestite di falso sovranismo, quello della paura, dell’odio, che metterebbe d’accordo sia destristi che sinistri, nella difesa dell’orticello domestico, del mulino bianco familiare. E una tirannide mondialista, che darebbe solo il cuore al governo unico dell’economia, vestito magari di un po’ di ecologia, ma con tanta intelligenza artificiale, robot, droni e androidi.

E che faremo quando le nuove masse di migranti affamati torneranno a bussare in Occidente? La Ue già alle prese con i prestiti, esploderà? Ecco, caro Porro, argomenti per le tue trasmissioni. Hai tanta carne sul fuoco. E sono felice per la tua guarigione.

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