Parla Toni Capuozzo: “Fra App e ‘arresti domiciliari’ scelgo l’App, ma non così”

Interviste

E’ legittimo o no che il governo, nella Fase 2 del coronavirus, quella della ripartenza, possa controllare attraverso una App gli spostamenti dei cittadini in nome della sicurezza sanitaria? Secondo alcuni si rischia una schedatura permanente di tutti gli individui che, finita l’emergenza, continueranno ad essere spiati da una sorta di Grande Fratello elettronico che potrà forse un giorno essere in grado anche di anticipare anche le nostre mosse, i nostri umori, le nostre emozioni e le nostre opinioni. Fantascienza? Può darsi, ma c’è chi teme che il coronavirus possa diventare un pretesto per attuare il progetto di un controllo tecnologico sempre più invasivo sulle persone, come del resto sarebbe stato ipotizzato dalle potenti lobby per favorire il progetto di un’omologazione culturale di massa. Forse si starà esagerando ma intanto sono molti a guardare con sospetto l’iniziativa del governo e l’istituzione di questa App. Ne abbiamo parlato con un giornalista molto esperto di scenari geopolitici essendo stato sui principali fronti di guerra, Toni Capuozzo che è anche scrittore e blogger di successo.

Qual è il suo giudizio sulla proposta di mettere in campo un’App in grado di monitorare gli spostamenti dei cittadini quando sarà possibile uscire dalle case e tornare alla piena mobilità?

“Guardi, non nego a priori che questo sistema possa essere davvero utile per sconfiggere la pandemia, ma penso che ci debba essere comunque una figura di vigilanza e di controllo sul funzionamento di questa App, per evitare appunto che possa andare oltre quelle che saranno le sue funzioni. Ci vorrebbe una sorta di garante, come quello che esiste ad esempio per la privacy. Una personalità indiscutibile che sovraintenda a tutto questo e faccia in modo di prevenire ed impedire eventuali abusi. Una misura che ovviamente dovrà essere limitata unicamente alla durata dell’emergenza”.

Ma non c’è niente di più definitivo del provvisorio. Non teme che alla fine possa diventare un sistema permanente di controllo della popolazione in base ad una presunta esigenza di garantire la sicurezza?

“Cosa vuole che possa esserci di più restrittivo che stare agli arresti domiciliari in casa come sta avvenendo da un mese a questa parte? Mi pare che la sospensione delle libertà personali sia già un dato di fatto evidente. Se devo essere sincero non saprei dire se è peggio stare chiusi in casa o essere monitorati quando si esce. Francamente non mi appassiona il dibattito su cosa e chi possa esserci dietro queste iniziative, chi possa avere o meno l’interesse a sottoporci ad una sorta di dittatura del Grande Fratello. Mi spaventa molto di più l’improvvisazione con cui si sta affrontando l’emergenza. Se devo essere sincero ancora una volta non vedo un piano dietro tutto questo, al contrario mi sembra l’esempio lampante dell’incapacità di risolvere la situazione”.

Si riferisce al governo?

“Stanno parlando da giorni di questa fantomatica Fase 2, che a me sembra una sorta di spezzatino diviso fra le varie regioni. Il governo è evidente che sta brancolando nel buio. Si è mosso in forte ritardo e continua ad agire senza una strategia chiara. Non è facile prevedere quando tutto questo sarà finito, ma l’impossibilità di fare previsioni non può costituire un alibi per improvvisare”.

Con l’App però non si rischia di discriminare la popolazione? Il popolo alla fine si lascerà monitorare, ma ad esempio i mafiosi, i criminali, i malavitosi davvero possiamo pensare che accetteranno di essere controllati?

“Per questo dico che servono delle regole precise e serve soprattutto una figura super partes, un garante, che sia in grado di vigilare sul funzionamento del sistema evitando disfunzioni o rischi di qualunque genere. Dovrà essere ovviamente una figura qualificata, in grado di offrire tutte le garanzie del caso. E ripeto, la misura dovrà essere limitata all’emergenza, non dovrà andare oltre e il garante dovrà vigilare sulla protezione dei dati”.

Non teme che il coronavirus possa diventare un pretesto per far digerire ai cittadini misure che, in tempi di normalità, sarebbe anche impossibile soltanto proporre?

“Guardi, ho l’impressione che stiamo troppo viaggiando con il complottismo. Come le ho detto la cosa che più colpisce di questo governo è l’improvvisazione e il dilettantismo con cui ha affrontato e sta affrontando l’emergenza. Si figuri lei se possa essere capace di attuare un piano così ambizioso, di stampo quasi dittatoriale. Siamo seri”.

Gli altri Stati intanto stanno ripartendo mentre l’Italia resta in quarantena. Hanno fatto bene o è meglio la prudenza italiana?

“Vede, noi abbiamo una giustificazione, ovvero quella di essere stato il Paese ad avere subito l’invasione del virus dopo la Cina. Ci stiamo comportando alla fine come si sono comportati tutti gli altri, visto che quei Paesi come la Gran Bretagna o la Svezia che avevano escluso le chiusure o le limitazioni degli spostamenti, alla fine davanti all’evidenza sono stati costretti alla retromarcia. Penso sia comunque ridicolo parlare di modello italiano dal momento che noi abbiamo seguito in massima parte le stesse misure prese dalla Cina. Che non dimentichiamolo resta comunque un regime dittatoriale. Noi abbiamo cercato di imitare il più possibile i cinesi, ma è chiaro che seguirli in tutto non era possibile. Per quanto riguarda poi le riaperture, ogni Stato ragiona in base alle proprie esigenze. Non è possibile adesso stabilire chi abbia ragione o chi no. Lo si capirà soltanto alla fine”.

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