25 aprile, la Resistenza dei cattolici, di oggi e del ‘43-45

Politica

Trovo sconcertante che si pensi alle celebrazioni del 25 aprile in modo diverso rispetto alle regole che finora sono state imposte agli italiani.

E’ deprimente e sconsolante vedere un governo aperto alla possibilità di organizzare manifestazioni, deporre corone di fiori, indire iniziative ad hoc, subendo le pressioni dell’Anpi, della casta politica, intellettuale, che da decenni utilizza la retorica della Resistenza per motivi meramente politici (e lo si vede dai fischi che puntualmente ci sono nei confronti della Brigata ebraica da parte degli estremisti di sinistra filo-palestinesi e nei confronti di sindaci considerati di destra o non graditi a chi conta, ma comunque eletti democraticamente dal popolo).

Diritti e libertà invece che sono stati compressi ai credenti. Il giorno di Pasqua, come è noto, è stata negata l’Eucarestia a milioni di cattolici italiani che hanno potuto assistere alla Santa Messa solo in tv o in diretta streaming. Addirittura domenica scorsa a Cremona la Polizia ha interrotto una messa, fermando il sacerdote che stava consacrando l’ostia, perché in una chiesa molto grande erano presenti ben 13 persone. Troppe per le nuove regole. E dalla maggioranza grillina e dem non si è levata nessuna voce di protesta. La libertà, evidentemente, non vale per i credenti, vale solo per l’Anpi, che ha messo in difficoltà Conte con le sue richieste imperative.

Inutile in questa sede ricordare che laicità è la “garanzia della libertà religiosa”, non la promozione attiva dell’ateismo di Stato, e che le leggi valgono per tutti.
La Cei infatti, ha fatto bene nella fase-1 ad accettare il distanziamento sociale, evitando assembramenti, nel rispetto del bene comune.
Ma ora basta. Visto che stiamo entrando nella fase-2, la ripartenza, al punto che vediamo ogni giorno politici, imprenditori ed esperti discettare, ipotizzare programmi, date e scalette, dobbiamo dirlo a chiare lettere: la religione non vale meno dell’economia, di una libreria, di una tabaccheria. Bisogna tornare a dire messa. Ovviamente nelle Chiese grandi, oppure all’aperto.

La rigidità e la durezza dimostrata dall’esecutivo e da certe Forze dell’Ordine, da poliziotti e da vigili urbani impegnati ad eseguire militarmente gli ordini di certi sindaci, sembrano esprimere (come ad esempio, accaduto a Roma, quando si è sbaragliata una piccola pattuglia di fedeli che in piazza, ben distanziati, assistevano a una messa che un sacerdote celebrava dal tetto), un certo disprezzo proprio verso la religione, che non è solo una scelta personale di fede, ma anche un elemento collettivo, costitutivo dell’identità storica e culturale italiana.
A meno che, non ci sia un disegno mirato a costruire qualcosa di nuovo, una nuova Italia, approfittando del momento, della psicosi sanitaria, dei decreti di Conte, senza opposizione vera e parlamento, che magari, con tante app, tanti braccialetti, antenne 5g e prestiti dalla Ue, non preveda uno spazio pubblico per la religione. Ma solo privato.

E questa cosa l’ha capita molto bene papa Francesco, quando ha detto che la religione non è un messaggio mediatico, l’ostia non è virtuale, la religione non è un fai da te, intimistico, emotivo. Sarebbe una religione gnostica. La fede ha bisogno di legame, comunità, relazione, carne, e non si possono scindere, separare i luoghi del sacro, i pastori e i fedeli. Sono un tutt’uno.

Quello stesso spazio pubblico che è stato molto limitato ai cattolici durante la Resistenza. Nei momenti più dolori e cruenti. E’ noto che la componente cattolica, autonoma, monarchica, è stata fortemente penalizzata dalla componente socialista e comunista che ha lavorato fin da subito per egemonizzare la Resistenza, assicurandosene il monopolio politico. Vogliamo parlare dei boicottaggi, dei crimini dei gappisti dal 43 al 45, non contro i fascisti, ma contro i loro competitor resistenziali? Per tutti, l’eccidio di Porzus, i partigiani della Osoppo, cattolici, autonomi, monarchici, massacrati da partigiani comunisti. Massacro non solo nascosto nella narrazione mitologica resistenziale del secondo dopoguerra, ma addirittura attribuito ai nazi-fascisti. Come la verità sul triangolo della morte, sulle foibe, venuta fuori solo pochi anni fa. Insieme alla giusta valorizzazione di eroi della Resistenza non di sinistra, come Edgardo Sogno (Brigate Franchi, Brigate Mauri), Giorgio Perlasca, Salvo d’Acquisto, il generale della Rovere.

Ma il pensiero unico antifascista ha sempre guardato con sospetto questi riconoscimenti, etichettandoli come revisionismo, negazionismo. Dimenticando che la storia non è ideologia, non è una clava politica che si usa contro i nemici, ma appunto è frutto di un sano revisionismo, col giudizio che cambia a seconda del mutare delle fonti, delle testimonianze, dei documenti.

Perché c’è stata tanta paura che crollasse il castello costruito dalla sinistra sul mito resistenziale, su quella retorica che ha generato oggi solo apatia e indifferenza verso una fase fondamentale della nostra democrazia? Per timore della verità? Per continuare a usare questa clava come unico alibi contro gli avversari di turno? Per gridare al nuovo sempiterno fascismo, quando non si hanno argomenti e per nascondere il proprio fallimento?
O per timore che si scoprisse il vero ruolo dei comunisti, in primis la Garibaldi, magari in buona fede, che hanno combattuto il fascismo non per la libertà, ma per un altro sistema tirannico, come il comunismo di Stalin (non certo un sistema liberale), considerato allora l’eden dei lavoratori? E che hanno combattuto Mussolini non per l’indipendenza nazionale, ma per la sua limitazione, visto che hanno ceduto lembi della nostra sovranità a Tito?

Ecco, il 25 aprile, nel nome della pacificazione nazionale, voglio ricordare i caduti anonimi, gli eroi silenziosi, qualche protagonista non inquadrato, sgradito alla demagogia postuma. Che merita un riconoscimento a parte. I martiri e i simboli della resistenza cattolica, dal 43 al 45, fino al triangolo della morte. Ne ho scelto un piccolo, ma significativo gruppo. Padre Beniamino Miori, il beato Teresio Olivelli, padre Paolino Beltrame, Gino Bartali, il beato Rolando Rivi, Don Giovanni e le Aquile randagie, il tenente Daniele Bucchioni, il colonnello Mario Fontana, Paolo Emilio Taviani, monsignor Bruno Duchini, Don Emanuele Toso.

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