Scontro Bonafede-Di Matteo. Il vulnus governativo dei grillini

Politica

Gianluigi Paragone, a proposito dello scontro Bonafede-Di Matteo, parla di figurine esibite dai grillini, per ragioni di mera immagine, e poi diventate ingombranti, perché i ragazzi terribili di Casaleggio e Grillo, diventati potenti, non intendono dividere la popolarità con nessuno.

Certamente ci sarà un problema di leadership, ma è secondario; c’è una ragione più profonda che può spiegare la questione, e che richiama direttamente il Dna dei 5Stelle, il mai superato vulnus, cioè, l’incapacità di passare efficacemente da “partito di lotta, di opposizione a partito di governo”.
Non è semplice cogestione delle poltrone o protagonismo dei diretti interessati (un male che del resto, affligge tutti i partiti e tutti i capi).
Si chiama bilancio, numeri e dati alla mano. Un partito (in questo simile a tanti soggetti populisti da noi e in Europa), che ha saputo rappresentare in una prima fase, le tante eterogenee contestazioni al sistema, alla casta, al pensiero unico, alla classe dirigente della seconda Repubblica (non a caso Di Maio, da vice-premier ha coniato la prospettiva della terza Repubblica). Ci riferiamo ad esempio, alle battaglie “No-Tav, i No-Tap, i No-Vax, la moralizzazione della vita pubblica, la lotta ai privilegi etc; battaglie che si sono rivelate, poi, un complicato mito incapacitante.

In soldoni, la casta politica, economica, finanziaria e bancaria, contro cui Grillo e soci si sono scagliati è rimasta saldamente al potere, anzi i pentastellati stanno governando con una sua parte (i dem). Della nuova classe dirigente, abbiamo sentito solo annunci. E gli uomini che si sono misurati con le istituzioni e che hanno occupato posti rilevanti, salvo qualche eccezione, hanno dimostrato solo parecchia incompetenza, superficialità e demagogia.
I sindaci, Raggi in primis, non sono stati all’altezza delle aspettative.

Gli uomini di governo, attualmente sono divisi in tre tronconi: una parte destra, una governativa e una di sinistra. Gli Stati generali occasione di una ripartenza, sono stati rinviati a data da destinarsi. Un segno di debolezza, virus a parte.
Con Salvini, l’esperienza gialloverde, i 5Stelle hanno dimezzato i consensi, facendosi rubare la parte destra dal Carroccio. Con Zingaretti, l’attuale esecutivo giallorosso, si stanno facendo rubare la parte sinistra. Oscillano in una terra di nessuno, estremamente pericolosa.

E cosa resterà, tra poco, a parte una piccola rendita di posizione che li ha fatti risalire nei sondaggi, dovuta al Corona-virus? Anche Conte li vampirizzerà?
Troppo poco per un partito che doveva conquistare la maggioranza assoluta dei consensi per cambiare l’Italia; un partito, alla prova dei fatti, incapace di mediare con gli altri (la sua resta una vocazione antiparlamentare).
La democrazia diretta e la nuova categoria “alto-basso” (popolo contro caste), che dovevano ufficialmente introdurre, hanno nuovamente lasciato il posto, come giusto che sia per Costituzione, alla democrazia parlamentare e al bipolarismo destra-sinistra.
E il loro mix costitutivo, il superamento di destra e sinistra, ha fatto flop.

Nonostante le buone intenzioni, sono riusciti finora ad unire soltanto il moralismo di sinistra e il populismo di destra. Come dire, due pance, due invidie sociali, due lotte di classe, senza costrutto. La visione generale della società sfugge ai più.
Ultimo scossone, la giustizia. Altro fiore all’occhiello grillino. Nino Di Matteo, magistrato icona storica della lotta alla mafia e utile alla prima fase dei grillini, ora “figurina scomoda da gestire”, perché la politica, ancora una volta, è mediazione, anche a rischio di sembrare ambigua, complessa. Meglio, ovviamente lo slogan mediatico, meglio i principii assoluti, che la realtà. Che implica impegno, sofferenza e spesso impopolarità.

Ma la gestione del caso, partito dalla trasmissione di Giletti, sta facendo cadere i grillini su tutti e due i piani: quello mediatico e quello tecnico. Comunque vada, resterà l’ombra, almeno nella percezione popolare, di un ministero che tiene troppo conto delle pressioni dalle carceri.
E anche il ministro Bonafede, riuscirà a spiegare, più che la vicenda specifica, il male oscuro amministrativo dei grillini?

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