Assistenti civici e movida: i due flop della cultura buonista dem

Politica

Quando la destra che governava le regioni propose a suo tempo, le ronde civiche, per far rispettare l’ordine, la legalità, rispetto alle violazioni patenti degli immigrati irregolari e della criminalità dilagante (spaccio, crimini, stupri etc), subito la cultura ufficiale, espressione del pensiero unico “democratico” e progressista, insorse, evocando lo spettro del fascismo e la fine delle libertà costituzionali.

Adesso, la folle idea del Pd, fortunatamente ridimensionata ieri sera anche grazie all’opposizione interna (Leu, Iv e 5Stelle), per far rispettare il distanziamento e le norme previste per la Fase-2, di fronte all’oggettiva incapacità delle istituzioni di gestire con efficacia questo passaggio (dall’isolamento al “tana libera tutti”), e alla cronica mancanza di Forze dell’Ordine e di Vigili, era quella degli “assistenti civici”, alias dispensatori di “buone maniere”: 60mila vigilantes-volontari coordinati dalla Protezione Civile, pescati tra i disoccupati e i percettori del reddito di cittadinanza.

E meno male che, come detto, la cosa sia mutata in corso d’opera, pure per l’azione decisa delle opposizioni (pare i nuovi compiti di questi dispensatori siano di portare i pacchi, aiutare negli ospedali etc), ma resta una considerazione di fondo da fare, che evidenzia l’inguaribile vulnus culturale della principale forza della sinistra italiana, chiamando direttamente in causa le sue radici ideologiche.

Primo dato: la cultura buonista, di cui il Pd è la principale bandiera, ha un problema atavico con l’autorità (il complesso irrisolto dell’autoritarismo). Non a caso, aveva chiamato i soggetti in questione (per scelta meramente ideologica) “assistenti”. Guai a definirli “sceriffi”; altrimenti sarebbe una ricetta troppo simile a quella della destra; sarebbe stato uno strumento repressivo (concetto malefico per i dem). I neo-vigilantes, sulla carta, per il partito di Zingaretti, avrebbero dovuto fare gli assistenti sociali, “accompagnare” alla legalità i cittadini, “consigliare”, “esortare”. E basta. Senza poteri.

Ci sarebbe piaciuto, infatti, immaginare una sicura scena, al mare, in montagna o per le vie cittadine della movida: ciurme di persone in preda alle sostanze stupefacenti, alterate dall’alcol, o nel pieno esercizio di una libertà meramente biologica, richiamate all’ordine dai vigilantes-accompagnatori-guardoni. E di fronte alle “gentili risposte” dei trasgressori, impegnati a “esortare” i cattivi a cambiare vita, appellandosi al senso civico, all’etica pubblica, al primato del bene comune, telefonando alla Polizia o alla mamma. Avremmo visto degli spettacolini non male: duelli al limite del far west, versione “Amici”, tra trasgressori italioti, borgatari, borghesi egotici e viziati, e migranti o addirittura camorristi e mafiosi, percettori del reddito di cittadinanza. Una divertente guerra delle mascherine e dei metri. Una guerra tra poveri in tutti i sensi.

Peccato che la ministra dell’Interno ha detto no alla versione iniziale della pensata piddina: la cultura della sinistra sarebbe annegata nel ridicolo.

Secondo dato (un insegnamento che invece, resta in piedi): il paternalismo, nell’odierna società delle pulsioni dell’io, ultima declinazione o decomposizione totale delle libertà liberali, non solo non serve, ma è inutile. Delle due l’una, o i vigilantes-volontari in qualsiasi salsa li vogliamo vedere o li proporranno in futuro, hanno poteri repressivi, poteri reali, o non servono a nulla.

Per non parlare dei giovani e della movida. Anche qui, se l’idea diffusa di libertà è solo individualistica, biologica, come non pensare che i ragazzi, espressione vivente del nichilismo, purtroppo nemmeno creativo, possano comprendere la scelta intermedia tra “l’esilio-castrazione-prigione” a casa, e il “tana libera tutti”? E’ ovvio che non avrebbero avuto remore, come hanno già fatto, a tornare a sballarsi e a divertirsi in modo compulsivo (l’unica strada che conoscono). Per i giovani non esistono vie di mezzo: o tutti dentro o tutti fuori.

Il paternalismo buonista (vezzo della sinistra blasonata da salotto), enunciato dall’alto e in primis, dagli “adulti” è patetico: che senso ha appellarsi pure su tale argomento (abbiamo sentito noiose omelie televisive di illustri politici, intellettuali e sociologi progressisti), al senso civico, all’altruismo, alla relazione, all’idea che ogni libertà comporta responsabilità o effetti sulle persone vicine (i nonni, i genitori, la trasmissione del contagio); che senso ha appellarsi all’idea di futuro, di società ideale da costruire? Quando il futuro come categoria sociale, culturale, economica, lavorativa, non c’è più da decenni, è morto, è stato ucciso; quando l’infinito-presente, il presentismo istintivo, fisiologico, il momento che si consuma, sono gli unici princìpi seguiti dagli adolescenti?

Tutti valori che proprio la società dei grandi ha smarrito e calpestato, nel nome e nel segno dell’orticello individualista, consumistico a antisociale. Nel nome di una liberazione dalle cose che affonda le radici nel ’68. Sono i frutti di un sogno, di una contestazione che ha tradito sé stessa. E le sue speranze. Comprata dall’economia e dal giovanilismo ruffiano del potere, che ha prodotto modelli di vita molto difficili da sradicare. Un tema che l’attuale classe dirigente nemmeno è in grado di intuire. Sia a sinistra che a destra.

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