Caro Enzo Bianchi, si rassegni: anche i profeti prima o poi passano di moda

In Rilievo Società

Caro Enzo Bianchi,

mi spiace sinceramente per il suo allontanamento dalla Comunità monastica di Bose disposto dal Vaticano, perchè so perfettamente quanto possa essere doloroso dover abbandonare un luogo che si è fondato, si è fatto crescere e si è reso famoso nel mondo. Forse lei ha creduto che Bose fosse un po’ “cosa sua”, quasi un bene di sua proprietà e contava di continuarlo a governare anche dopo averne lasciato la guida per raggiunti limiti di età.

Ma lei sa bene quanto sia difficile per chi assume il timone di una realtà conosciuta e apprezzata come è Bose, dover convivere con la presenza ingombrante di chi l’ha fondata e guidata per cinquant’anni. E lei forse era diventato oggettivamente “ingombrante” per chi ha preso il suo posto, probabilmente stanco, come si evincerebbe anche dal comunicato che spiega le ragioni del suo allontanamento, di veder identificata l’intera Comunità nella sua persona. E’ la legge del contrappasso.

Lei ha fatto il suo tempo, e le “nuove leve” quando arrivano al potere anche grazie all’insegnamento dei “padri” che li educano, li allevano e li preparano alla successione, vogliono ragionare con la loro testa, camminare con le proprie gambe, non vogliono essere guidati da nessuno, tantomeno dal “maestro” i cui consigli dopo un po’ “puzzano” come l’ospite dopo tre giorni. E la gratitudine, lei mi insegna, non è di questo mondo.

Papa Francesco, che pure la stima molto, ha dovuto prendere atto della triste realtà dei fatti, e consigliato da chi ha ispezionato la Comunità nei mesi passati, ha preso la decisione più dolorosa per lui, ma la più saggia e opportuna. Per il bene di Bose lei doveva essere allontanato, essendo stato individuato quale strumento di incomprensioni e tensioni. Papa Francesco ha legittimamente preferito salvare l’esperienza comunitaria, piuttosto che lasciarla morire a causa degli scontri in atto circa i confini che dovrebbero delimitare il suo ruolo di “padre nobile”. La solidarietà umana per lei ci sta tutta anche da parte di chi, come il sottoscritto, ha tante cose da rimproverarle.

Lei in tutti questi anni ha contribuito suo malgrado a “svuotare” la Chiesa cattolica della missione salvifica che proviene da Cristo e che è assicurata nella successione apostolica, seppur con la nobile pretesa di raggiungere l’ambizioso traguardo dell’unità di tutti i cristiani che ha sempre ritenuto essere la missione prioritaria del suo impegno post-conciliare e della sua Comunità, non a caso aperta a tutti. Ma se questo traguardo può e deve trovarci tutti d’accordo nell’ottica di un sano rapporto di buon vicinato con i fratelli ortodossi e protestanti, non va dimenticato che nel Credo niceno-costantinopolitano che recitiamo tutte le domeniche a messa sta scritto: “Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”; il che significa che non possono esistere altre “chiese” diverse da quella che ha nel papa, il vicario di Cristo, il successore dell’apostolo Pietro, la sua guida universale. E il Concilio Vaticano II che lei difende come un “trofeo di guerra”, pur riconoscendo come Cristo sia la strada che conduce alla salvezza, non ha mai messo in discussione quel passaggio del Credo. Eppure nonostante ciò, lei è sembrato sempre guardare con ostilità a tutte quelle tradizioni della Chiesa cattolica che non possono essere accettate dagli altri cristiani.

Vuole un esempio? Ho sempre avuto la netta sensazione che il suo scetticismo sulle apparizioni di Fatima non sia in realtà collegato, come ha spiegato più volte, al fatto che la Vergine madre abbia profetizzato ai tre pastorelli l’incombente pericolo comunista senza fare cenno al nazismo e ai sei milioni di ebrei sterminati, ma piuttosto al fatto che a Fatima è apparsa una Madonna “cattolica” che ha chiesto di pregare per il Santo Padre, ha mostrato l’inferno, ha chiesto conversione e preghiera al mondo, ribadendo come soltanto nella Chiesa cattolica risieda la salvezza.

Eppoi ancora: lei è uno di quelli che ha sempre disprezzato la “devozione popolare”, la devozione dei santi modello Padre Pio, quella devozione che si fonda sul sovrannaturale, sugli eventi miracolosi, su ciò che la razionalità tende a confinare nell’ambito delle superstizioni. Per lei la fede non ha bisogno dei miracoli perchè deve fondarsi sulla “radicalita’ del Vangelo”. Quindi il sovrannaturale è da eliminare anche a costo di arrivare al punto di demolire secoli di tradizioni e credenze popolari. Quelle credenze, che per quanto razionalmente poco credibili, hanno permesso a tanta gente di credere, di pregare e di conservare la fede.

Per quanto riguarda il suo desiderio di riscoprire la radicalità evangelica e tornare al cristianesimo delle origini, quel cristianesimo fondato unicamente sulla parola, depurato da dogmi e da retaggi tridentini, è evidente come detto desiderio l’abbia portata nel corso degli anni a fare il gioco dei tanti nemici della Chiesa che l’hanno utilizzata come “profeta”. Lei inconsapevolmente nell’invocare una “Chiesa povera”, nell’indossare le vesti del novello “Savonarola” che tuona contro le gerarchie spogliate di evangelo ma ricchissime di potere, ha contribuito a sminuire la potenza del messaggio che l’Istituzione ecclesiastica ha cercato di evidenziare in una società secolarizzata e nichilista. E ha finito con il mettere la sua competenza teologica al servizio di chi ha inteso il Vangelo come strumento di lotta alla Chiesa, quasi fosse la Chiesa alternativa al messaggio evangelico. E naturalmente è stato per questo amato, acclamato, super ricercato dalla cultura laicista tipica del “partito di Repubblica” e del suo grande amico Eugenio Scalfari che ha fatto di lei il suo teologo di fiducia. Suo e dei laicisti liberal, quelli per cui la Chiesa deve smetterla di parlare di difesa della vita umana, di sacralità del matrimonio, di famiglia naturale, di principi etici, valori non negoziabili, di dottrina, di inferno, di peccato ecc. per favorire il trionfo della società secolarizzata, fondata sull’individualismo e sulle pulsioni dell’io.

Oggi è triste assistere alla sua parabola discendente e spiace ancora di più constatare come tutto ciò avvenga proprio ad opera di quella Chiesa che lei ha a lungo profetizzato. Non la Chiesa “conservatrice” che a suo giudizio ha tradito il Concilio, quella Chiesa di cui è stato per anni, nel salotto televisivo del suo amico Gad Lerner una delle voci più critiche, ma la Chiesa di Papa Francesco che ha accesso in voi catto progressisti le migliori speranze.

E oggi proprio questa Chiesa sembra rimproverarle il “peccato” che lei per anni ha sempre considerato il più grave per le gerarchie, ovvero la mancanza di umiltà. Questa è la triste sorte che tocca ai profeti privi ormai della forza profetica. Si consoli tuttavia, a qualcuno è toccato di peggio.

La saluto cordialmente

Americo Mascarucci

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