Si stanno leggendo variegati e diversi commenti sulla morte di fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose ed esponente di spicco del cattolicesimo progressista. A sinistra si registra una pioggia di elogi sperticati per quello che viene definito un grande interprete del Concilio Vaticano II, profeta dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, uomo dei ponti con atei e non credenti, emblema di una Chiesa fondata sul Vangelo vissuto e praticato concretamente, un testimonial della fratellanza universale. I tradizionalisti lo accusano di aver sostenuto una teologia ai limiti dell’eresia e di aver contribuito a diffondere gli errori post conciliari, demolendo la grande tradizione cattolica econtaminandola di ideologia protestanti.
Enzo Bianchi è stato a mio giudizio un personaggio molto controverso, esempio di un cristianesimo “debole”, rassegnato nell’abdicare al proprio compito di convertire il mondo a Cristo e più interessato ad adattare il Vangelo alle esigenze della contemporaneità. Non a caso era amato da laici e non credenti e disprezzato dai cattolici tradizionalisti. Il suo pulpito privilegiato era il quotidiano Repubblica, il tempio laico per eccellenza. Certamente Bianchi nella sua vita ha saputo fare tante cose, non certo confermare i fedeli nella fede, contribuendo a seminare incertezze, dubbi, a suscitare interrogativi, contro quelle verità e quei dogmi che il magistero della Chiesa ha custodito e tramandato nei secoli.
Grande sostenitore di papa Francesco e delle sue aperture al mondo, ha conosciuto sulla propria pelle le contraddizioni di un papa che nel promuovere l’idea di Chiesa a lui tanto cara, accogliente, dialogante, inclusiva, aperta al mondo e ai lontani, democratica e sinodale, si è dimostrato con lui assai poco evangelico, infliggendogli l’esilio da Bose e obbligandolo ad abbandonare ciò che aveva creato e fatto crescere con anni di intenso lavoro e preghiera, rigettando i suoi appelli e le sue ripetute richieste di aiuto.
Eppure fratel Enzo è stato capace anche di grandi gesti, perché comunque la si pensi era un uomo testardamente coerente. Una coerenza che si è rivelata in tutta evidenza in questi ultimi mesi in cui si è tanto speso per scongiurare la rottura fra il Papa e la Fraternità San Pio X. Lui, grande sostenitore del Concilio Vaticano II e del rinnovamento della Chiesa, fortemente critico con Benedetto XVI e la liberalizzazione della liturgia tridentinaattraverso il Summorum Pontificum del 2007, si è ritrovato sul banco degli imputati, accusato da teologi ultra progressisti come Andrea Grillo di tradire lo spirito del Concilio, difendendo il diritto dei cattolici tradizionalisti di poter celebrare le messe in latino senza che questo comporti per loro l’esclusione dalla Chiesa conciliare. Per Bianchi il Concilio non poteva diventare strumento di censura, esclusione, condanna, ricordando ai suoi accusatori che sarebbe stato un grande elemento di contraddizione allontanare dalla Chiesa i fedeli tradizionalisti nel momento in cui si stava lavorando per avvicinare ortodossi, protestanti, anglicani. E fino a poche settimane fa è intervenuto sull’argomento,esprimendo il suo immenso dolore per la rottura con i lefebvriani e la ferita inferta all’unità della Chiesa, auspicando una riconciliazione intorno all’unico pane spezzato.
E questo conferma quanto Bianchi sia stato un personaggio davvero controcorrente, a tal punto che nessuno ha ricordato il monaco degli ultimi tempi: troppo scomodo per i progressisti, che preferiscono ricordarlo come il simbolo di una Chiesa svuotata di sacralità e imbevuta di Vangelo mondano, e per i conservatori che non riescono a vedere in lui nient’altro che errori ed eresie.



