Furia iconoclasta contro Montanelli “pedofilo”: “Via il monumento a Milano”

Politica

La morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso in America da un poliziotto in modo violento durante l’arresto, sta facendo perdere oltre al buosenso anche la razionalità. E difatti da qualche giorno negli Stati Uniti e in altre parti del mondo si stanno devastando monumenti o rimuovendo statue di personaggi accusati in vita di essere stati razzisti. In nome dell’antirazzismo, si stanno legittimando violenze di ogni tipo, oltre ad atti di iconoclastia laica che hanno davvero poco da invidiare ai talebani che abbattevano le montagne dei Buddha in Afghanistan.

L’Italia ovviamente non poteva essere da meno, così ecco che da noi è comparso un movimento chiamato dei “Sentinelli” i cui componenti si professano laici, antifascisti e antirazzisti, che non si sono dati fortunatamente alle devastazioni, ma che nelle ultime ore si sono fatti promotori di una richiesta al sindaco di Milano Giuseppe Sala: rimuovere il monumento ad Indro Montanelli all’interno del parco a lui dedicato.

Le ragioni? E’ presto detto. I Sentinelli spiegano: “Indro Montanelli fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l’aggressione del regime fascista all’Etiopia. Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l’intero consiglio a valutare l’ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i Giardini Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d’Oro della Resistenza”.

E naturalmente la proposta ha subito trovato accoglienza nel Consiglio comunale di Milano da parte di alcuni esponenti del Partito Democratico. Il consigliere Alessandro Giungi ha dichiarato, come riportato da Il Giornale: “La questione messa in luce dai Sentinelli merita di essere dibattuta in un approfondito dibattito in consiglio comunale. Non è un tema semplice, ma come consiglieri dobbiamo farcene carico. Su questa scia ho depositato nei giorni scorsi un ordine del giorno per intitolare i giardini di via Ardissone, da poco riqualificati, a Rosa Parks”. E la presidente della Commissione Pari Opportunità, la dem Diana De Marchi, ha rincarato la dose: “Le motivazioni della richiesta di rimuovere la statua le riconosco come valide perché quella è stata una brutta pagina della nostra storia. Vanno indagate le motivazioni che hanno portato all’intitolazione e valutare se siano ancora valide oggi. Da parte mia, farò in modo che se ne discuta”.

Il bello è che Montanelli quando era vivo ha più volte raccontato lui stesso l’episodio della “sposa bambina” senza alcun imbarazzo, specificando come fosse una prassi abituale per gli eritrei vendere le proprie figlie considerate, secondo la loro cultura, pronte per il matrimonio già a dodici anni. Certo, un episodio non edificante,  ma indignarsi oggi dopo che per circa un decennio Montanelli è stato esaltato dalla sinistra in chiave antiberlusconiana è quantomeno da ipocriti. Considerando che già nel 1969, in un programma condotto da Gianni Bisiach, il noto giornalista aveva raccontato del suo “matrimonio” con la bambina eritrea.

Perché non ci si è indignati nel 2001, quando pochi mesi prima di morire il giornalista dichiarò pubblicamente ad Enzo Biagi che avrebbe votato lo schieramento di centrosinistra perché Berlusconi era pericoloso per il Paese? 

Incredibilmente Gad Lerner, un altro di quelli che quando Montanelli era in vita si guardava bene dal muovergli critiche, visto che faceva gioco esaltarlo quale martire del berlusconismo per la sua rimozione dalla direzione de Il Giornale avvenuta nel 1994 dopo il niet del direttore a sostenere Forza Italia, oggi di fronte alla proposta de I Sentinelli dichiara: “Montanelli è oggetto di venerazione sproporzionata alla sua biografia, non alimentiamola boicottandolo”.

Peccato che a venerare Montanelli in modo sproporzionato negli ultimi anni di vita, sia stata proprio quella sinistra nel cui album di famiglia Lerner occupa un posto di rilievo, orgogliosa di poter sfruttare contro Berlusconi, il gigante del giornalismo liberale e conservatore. E come detto, tutti sapevano perfettamente che in giovenù Montanelli aveva combattuto in Africa, aveva sposato la piccola eritrea e aveva pure negato l’utilizzo dei gas nella lotta agli etiopi, salvo poi riconoscere di aver sbagliato. 

La verità è che Montanelli da morto non serve più: anzi, ora che non può più dichiarare di votare per il Partito democratico come a suo tempo dichiarò di votare per l’Ulivo di Prodi, è tornato ad essere il giornalista reazionario odiato dall’intellighenzia di sinistra, quella che stappò bottiglie di spumante alla notizia dell’attentato contro di lui messo in atto dalle Brigate Rosse. Anzi, forse oggi ci si vergogna a tal punto di averlo avuto dalla propria parte da sentire il bisogno di lavare l’immane colpa distruggendone la memoria. cancellandone il ricordo, relegandolo nel ghetto dei fascisti, dei razzisti, dei personaggi indegni di essere celebrati. Montanelli invece ha sempre avuto in vita il coraggio della coerenza, senza salire sul carro di chi, per comode ragioni di opportunismo, è stato pronto a rinnegare il proprio passato, togliendosi con disinvoltura la camicia nera per indossare quella rossa. Lui che senza l’intervento dell’arcivescovo di Milano, il beato Alfredo Ildefonso Schuster, sarebbe morto fucilato dai nazi-fascisti

Oggi, di fronte a chi vorrebbe abbattere il ricordo di Montanelli, suonano quasi profetiche le parole di Mario Cervi a lungo suo vicedirettore e amico fraterno, che amava ricordargli spesso come quella sinistra che gli tributava così tanti onori fosse la stessa che lo aveva detestato per cinquant’anni e che lo stava usando unicamente a scopo propagandistico.

Anche Cervi è morto, ma se fosse vivo oggi avremmo avuto sicuramente il piacere di leggere un suo editoriale sulla vicenda, con un titolo inevitabile: “Caro Indro te lo aveva detto”.

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