Grillo da Roma al romanesco. Salva la Raggi e affonda nelle fogne chi l’ha votata

Politica

Che brutta fine i populisti-grillini. Erano per la memoria collettiva e la percezione popolare acquisite, consolidate, la bandiera della rivoluzione, del cambiamento, la riscossa della democrazia dal basso, la terza Repubblica, la moralizzazione della vita pubblica, l’espressione della nuova categoria politica “alto-basso” (popoli contro caste), i custodi del 30% dei consensi e dei voti nazionali a suon di Vaffa e battaglie identitarie “contro”, come No-Vax, No-Tav, acqua pubblica, niente soldi e privilegi ai partiti, ai parlamentari, No-euro e tanto altro.

E ancora: vanno al governo, piazzano ministri, vice premier e sindaci. Sono tutti giovani ed entusiasti. Tutto quello che dice e fa il popolo è moralmente giusto, è bene; tutto quello che dice e fa la politica è vecchio, amorale, immorale; è male.

Ebbene, questi concetti ora, a conti fatti e velocemente, sono diventati sogni, parole vane, slogan elettorali. Sui pentastellati è calata da tempo una fitta nebbia. Non sappiamo nemmeno più come interpretarla. Confusione, tradimento, perenne liquidità di ogni idea? Mero interesse per le poltrone?
Una cosa è certa: dopo due anni di potere (gialloverde e giallorosso), assistiamo al nulla. Un partito, stando ai sondaggi, ridotto al lumicino, diviso polemicamente in mille rivoli: destri, governisti con Di Maio, sinistri movimentisti con Di Battista e sinistri istituzionali con Fico, amici di Conte, in viaggio verso sinistra. E l’anti-casta? Finita proprio con la casta, il Pd, simbolo dei primi, dei garantiti, dei poteri forti, economici, finanziari, imprenditoriali, bancari. Insomma, dei potenti.

Per non parlare dell’iter dei capi storici del Movimento. Il figlio del Guru Casaleggio, una presenza opaca, dimessa, che volteggia nel mondo degli affari informatici cinesi. E il vecchio capo politico, poi motivatore, poi sollecitatore, poi garante e ora forse di nuovo regista (Grillo), in crisi di identità.
Non solo non sa più chi è. Parla quando deve tacere, tace quando deve parlare, come al tempo del contagio e del distanziamento.

Come se non bastasse, si diletta pure in romanesco spinto postando uno scritto di Franco Ferrari: “A Virgì annamosene, Roma non te merita … Dico che l’onesti dovrebbero pijà e valigie e abbandonà sta città bella e zoccola. Se ne annamo da questa gente de fogna. Voi cari romani, dovete sempre da rompe, ma nun fate gnente pè dà na mano”.
Ma secondo lo statuto dei 5Stelle, non erano i cittadini che eleggendo i candidati grillini, in realtà, eleggevano loro stessi? Ergo, se la base è fogna, zoccola, pure i grillini eletti, dai deputati ai senatori, dai ministri ai sindaci, sono zoccole e fogne? Ai posteri l’ardua sentenza.

Grillo ha condiviso, di fatto, il concetto. E ancora: Roma non era, con la vittoria della Raggi, la capitale del cambiamento contro le caste di destra e sinistra (Alemanno, Marino, Darida, Carraro, Rutelli, Veltroni, Signorello), e la risposta a mafia capitale?
E visto che il bilancio della giunta è fallimentare (trasporti pubblici, buche ovunque, degrado, Metro-C, Stadio, rifiuti, verde pubblico etc), anziché passare democraticamente sotto la scure del giudizio dei romani al prossimo appuntamento elettorale amministrativo, in perfetto stile giacobino, Grillo che fa? Salva la Raggi, dicendole “andiamocene, i romani non ti meritano, sono fogne e non aiutano”. Ma aiutano chi? Gli incompetenti, i dilettanti allo sbaraglio?

A questo punto, comprendiamo sia l’atteggiamento di Grillo, costretto a trovare una ragione per giustificare la sua pupilla, simbolo scomodo per il Movimento, che evidenzia quasi più del governo, la sua impotenza e incapacità di amministrare. Sia l’amarezza della sindaca stessa, che da adesso in poi, dovrà scegliere due strade: continuare a prendersela con le lobby e le caste storiche trasversali che hanno infeudato Roma e che non lasceranno mai il posto a nessuno, o criticare i romani, anarchici, cattivi, beceri e ingovernabili.

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