Suicidio assistito, assolti Cappato e Welby. Eutanasia già legale?

Politica

Marco Cappato e Mina Welby sono stati assolti dalla Corte d’Assise di Massa Carrara in relazione alla morte di Davide Trentini malato di sclerosi multipla. I due erano accusati di istigazione e di aiuto al suicidio. Cappato per aver sostenuto economicamente, attraverso l’associazione Sostegno Civile, il suicidio assistito di Trentini, la Welby per averlo accompagnato nella clinica di Basilea in Svizzera dove l’uomo è stato “aiutato a morire”.

Una sentenza che fa discutere, anche perché Trentini pur essendo sottoposto a cure farmacologiche essenziali per sopravvivere. diversamente da Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, non era tenuto in vita dai macchinari. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per entrambi con la concessione di tutte le attenuanti generiche, ma i giudici come già i loro colleghi che giudicarono Cappato sulla vicenda analoga del suicidio assistito di Dj Fabo, hanno deciso per l’assoluzione.

Duro il giudizio del leader del Popolo della Famiglia, Mario Adinolfi che con un post su Facebook ha commentato: “Hanno assolto Cappato e Welby a Massa. Rigettata la tesi del pubblico ministero. In Italia da oggi si può impunemente applicare il metodo svizzero, organizzare un bel commercio sulla pelle di disabili e depressi aspiranti suicidi come Davide Trentini, nessuno può aver nulla da ridire. Auguri, avete spalancato i cancelli all’inferno, alla mattanza degli addolorati”.

E naturalmente l’assoluzione dei due è stata accolta trionfalmente dai media del circuito mainstream che hanno parlato di un “atto di civiltà”, e di “sentenza storica e rivoluzionaria”. Storica lo è senz’altro, ma c’è sicuramente poco da gioire. Anche perché, appare evidente, come dietro il loro gesto vi sia stata una chiara strategia politica mirata ad introdurre nell’ordinamento giuridico il diritto all’eutanasia. Lo dimostra il fatto che entrambi si sono autodenunciati per la morte dell’uomo con il chiaro obiettivo di finire a processo. 

E qui entrano in gioco alcuni aspetti curiosi. Il pubblico ministero nella sua arringa, pur chiedendo la condanna degli imputati, è sembrato quasi voler far trasparire la sofferenza per una richiesta inevitabile in punta di diritto, doverosa da parte della pubblica accusa, ma con aggiunta richiesta alla Corte della massima clemenza, con il riconoscimento di tutte le attenuanti e l’applicazione della pena minima. Quasi una richiesta di assoluzione mascherata da richiesta di condanna, con tanto di riconoscimento della nobiltà del gesto compiuto. 

Poi c’è Cappato che prima del ritiro dei giudici in Camera di Consiglio rilascia una dichiarazione spontanea e dice: “Abbiamo fornito un aiuto innegabile in assenza di qualunque parametro di legge. Abbiamo aiutato Trentini in base ad un dovere morale e lo rifarei esattamente nello stesso modo. Alla corte vorrei ricordare che, dalla morte di dj Fabo e di Trentini, altre decine di persone si sono recate in Svizzera per il suicidio assistito e le autorità italiane ne sono state informate da quelle elvetiche. Nessun procedimento penale, però, si è aperto. Quelle persone non hanno avuto bisogno di noi, perché avevano i soldi per farlo. Ma questo non può essere il discrimine tra malati che soffrono”. Cappato insomma riconosce di aver agito al di fuori della legalità, ma ai giudici sembra lanciare quasi un ammonimento morale, buttandola sul piano umanitario. 

E alla fine i giudici sono stati clementi assolvendo i due sulla base dell’assunto che “il fatto non costituisce reato”. Ma a decidere è sembrata la discrezionalità più che il diritto. Perché, fino a prova contraria, la legge italiana punisce l’aiuto al suicidio sotto qualsiasi forma.

Nel caso di Dj Fabo la Procura competente decise di rinviare la questione alla Corte Costituzionale chiedendo un parere in merito. I giudici della Consulta stabilirono che “l’assistenza al suicidio non può essere punita quando il malato che la chiede è tenuto in vita da presidi di sostegno vitale, è affetto da una patologia irreversibile che sia fonte di sofferenze fisiche e psichiche da lui ritenute intollerabili, ancora è in grado di prendere decisioni libere e consapevoli, e già è stato inserito in un ciclo di cure palliative”.

Trentini però non era sottoposto  a trattamenti di sostegno vitale, non viveva attaccato ad un respiratore artificiale. Ma per i giudici essere sottoposto a terapia farmacologica anti dolorifica e a trattamento meccanico per i bisogni fisici, è come essere sottoposti a trattamento di sostegno vitale, e alla fine la questione si è decisa tutta su questo punto.

Di fatto con questa sentenza la magistratura italiana allarga le maglie del suicidio assistito in assenza di una legge specifica che regoli la materia. Con il Parlamento che ancora una volta è costretto ad inseguire i giudici su sentenze che appaiono estemporanee oltre che liberamente interpretate. E se in assenza di un quadro normativo certo, dovrebbe essere comunque la difesa della vita umana il requisito principale per dirimere una questione così dirompente, in questo caso è sembrato prevalere un presunto diritto ad un “umanitarismo rovesciato”. Ovvero il principio secondo il quale, quando una persona soffre ed è costretta a vivere attaccata alle macchine o ad altri trattamenti farmacologici ha tutto il diritto di farla finita e mettere fine alle proprie sofferenze. E chi lo aiuta non soltanto non va punito, ma diventa quasi un eroe, un campione di solidarietà e di altruismo.

E le parole dello stesso Cappato a commento della sentenza di assoluzione sono chiare e inequivocabili: “Non pensiamo adesso che la legge sull’eutanasia sia inutile perchè tanto arrivano le assoluzioni: la legge serve per garantire un diritto a tutti i cittadini e serve ad eliminare una potenziale discriminazione. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita. L’azione di disobbedianza civile continuerà fino a quando il Parlamento non si sarà assunto la responsabilità che fino ad ora non si è assunto”. Un’azione di disobbedienza civile con tanto di riconoscimento giuridico da parte della magistratura. Con l’illegalità che di fatto diventa legittima se compiuta in nome di un presunto bene, da individuare non nella salvezza di una vita, ma nella sua soppressione a fini umanitari. Il fine insomma giustifica i mezzi e sopperisce la legge, come quelli che per accogliere i migranti vanno contro i decreti sicurezza, si vantano di averlo fatto e ricevono gli applausi del circuito mainstream. E a questo punto c’è da chiedersi che senso abbia continuare ad andare in Svizzera per far morire le persone, quando comunque vada un giudice buonista si trova sempre. E non serve nemmeno andare a Berlino.

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