Caserma Piacenza, Bruzzone: “Perché è più grave del caso della Uno Bianca. Cosa deve fare l’Arma ora”

Interviste

Proseguono le indagini sui militari della stazione Levante di Piacenza, finiti in carcere con accuse gravissime. Secondo gli inquirenti i carabinieri indagati avrebbero abusato della loro autorità creando un vero e proprio sodalizio criminale fatto di arresti illegali, torture, traffico di droga, sequestri di persona ecc. Una situazione che ha imbarazzato l’Arma dei Carabinieri, dal momento che aleggia il sospetto che i superiori sapessero e avrebbero preferito fingere di non vedere. Gli accusati finora interrogati hanno tentato di ridimensionare le loro responsabilità in un quadro accusatorio comunque caratterizzato da elementi e prove apparentemente inoppugnabili. Abbiamo chiesto un commento in merito alla criminologa Roberta Bruzzone.  

Cosa insegna l’inchiesta di Piacenza? Dobbiamo continuare a fidarci delle forze dell’ordine?

“Assolutamente sì, poche mele marce non possono distruggere l’intera Arma dei Carabinieri composta nella stragrande maggioranza da veri servitori dello Stato, persone eccezionali sotto il profilo professionale e integerrime da quello morale. A loro deve andare tutta la nostra stima e la nostra profonda gratitudine. Ciò premesso va anche detto che non si può far finta che non sia accaduto nulla e l’Arma per prima deve correre ai ripari”.

In che modo?

“Non dimentichi che contestualmente a questi fatti c’è stato il rinvio a giudizio di altri tre militari nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Serena Mollicone. Credo che una verifica importante al proprio interno l’Arma debba farla, per scongiurare il rischio del ripetersi di altre vicende come queste. Quando certi casi iniziano ad essere in qualche modo strutturati e per giunta si scopre che sono potuti andare avanti indisturbati per anni, si fa fatica a credere che tutto sia avvenuto senza che nessuno si accorgesse di nulla. Per quanto riguarda Piacenza, ho l’impressione che ci troviamo di fronte a soggetti che in realtà già avevano una certa predisposizione al crimine e hanno utilizzato la divisa per assicurarsi una sorta di impunità. Mi pare che dall’inchiesta questo aspetto stia emergendo in maniera chiara. Quindi è bene che l’Arma svolga un’indagine accurata e capillare su tutte le caserme, proprio per rassicurare i cittadini e dimostrare loro che possono fidarsi”.

Nell’inchiesta di Piacenza sembrerebbe emergere la figura dell’appuntato Giuseppe Montella raffigurato dagli inquirenti come il vertice del presunto sodalizio criminale. A suo giudizio si può parlare di lui come di un capo-branco che ha poi trascinato nel giro anche i suoi colleghi?

“Da quello che sta emergendo sembrerebbe di sì, il suo ruolo di regista sarebbe confermato da tutta una serie di elementi riscontrati dagli inquirenti. Anche dall’ordinanza del Gip risulterebbe evidente la sua funzione di capo dell’organizzazione”.

Quale può essere secondo lei l’elemento scatenante di questa vicenda? I soldi o cos’altro?

“Credo che l’elemento scatenante sia la personalità di questi soggetti che definirei caratterizzata da oggettive disfunzionalità. Messi di fronte ad una situazione da cui potevano ricavare vantaggi criminali godendo nel contempo dell’impunità, il loro narcisismo li ha spinti ad approfittare totalmente del potere acquisito. Penso che nella personalità di costoro fossero già presenti elementi capaci di renderli propensi ad approfittare delle condizioni in cui si trovavano. Quando hanno capito di poter approfittare della loro posizione, si sono inseriti all’interno del contesto come parassiti dentro un corpo sano. Anche perché se è vero che Montella, da quanto emerso dalle indagini, aveva un ruolo predominante, è evidente come gli altri non si siano comunque tirati indietro”.

Montella rispondendo al Gip ha ammesso parte delle sue responsabilità ma si è difeso ridimensionando i presunti vantaggi economici che secondo gli inquirenti avrebbe ricavato dal traffico di droga. Che strategia è questa?

“E’ la tipica difesa di chi non ha possibilità di negare le proprie responsabilità di fronte ad elementi accusatori concreti che non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni. Una difesa che giudico comunque debole e controproducente. Nel caso specifico poi ci sono riscontri evidenti anche nel tenore di vita da questi condotto che smentirebbe quanto riferito al Gip, trattandosi di un tenore di vita assolutamente incompatibile con il trattamento economico riservato a chi ricopre il suo livello nell’Arma. E’ evidente che i soldi per permettersi certe cose non potevano che arrivare per altre vie”.

Quanto questa vicenda è simile ad altre del passato, tipo per esempio quella della Uno Bianca?

“La situazione direi che è molto diversa, perché nel caso della Uno Bianca i soggetti coinvolti agivano al di fuori del loro ruolo nella Polizia di Stato. Erano poliziotti, ma quando compivano le loro attività criminali lo facevano senza la divisa. In questo caso invece, se tutte le accuse saranno confermate, ci troveremo di fronte a soggetti che hanno utilizzato la divisa per svolgere attività illegali sistematiche sul territorio. La divisa diventava in pratica la maschera ideale per coprire tutte le varie malefatte contestate dall’inchiesta. Direi che il caso di Piacenza è molto più grave della vicenda della Uno Bianca”.

Lei ha parlato prima di personalità probabilmente già predisposte a delinquere. Possibile che queste attitudini non siano emerse al momento del loro arruolamento nell’Arma?

“E’ evidente che vadano rivisti i metodi di selezione e che si debba indagare in maniera approfondita la personalità dei candidati. Ma questo dovrebbe riguardare tutte le forze di polizia, non soltanto i carabinieri. Quindi credo che, anche alla luce di questi fatti, diventi ancora più essenziale all’atto dell’arruolamento lo studio accurato dei profili psicologici di tutti coloro che vogliono entrare a far parte delle forze dell’ordine. Un esame a 360 gradi capace di far emergere ogni aspetto del soggetto. E occorre ovviamente una maggiore rigidità di selezione, evitando di mettere addosso la divisa a persone che non offrono le adeguate garanzie”.

 

 

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