Covid, contagi in forte aumento. Quali misure se torna l’emergenza

Politica

Il Covid 19 torna a fare paura. Nella giornata di ieri si sono registrati 1210 nuovi contagi e sette vittime.

L’Istituto superiore di Sanità e il Ministero della Salute hanno reso nota l’esistenza di circa 1.077 focolai attivi. Una situazione che ha spinto Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute nella gestione dell’emergenza coronavirus, a lanciare l’allarme ma senza toni apocalittici: “Siamo ancora in grado di controllare la situazione perché più o meno i focolai sono mille in Italia – ha spiegato – ma se diventano 2mila o 3mila non riusciamo più a controllarla”.

Quello che molti si chiedono è cosa potrà accadere nel caso la situazione dovesse diventare incontrollabile. Si procederà con nuovi lockdown? Questa ipotesi sembra scartata dal Governo che a più riprese ha smentito la possibilità che si possa tornare ad un blocco totale del Paese come avvenuto a marzo quando non si sapeva come fermare la pandemia. Oggi sono tutti concordi, politici ed esperti, nel dire che non serve bloccare tutto perché si sarebbe comunque in grado di gestire un’eventuale seconda ondata che non troverebbe tutti impreparati.

L’eventualità di un nuovo lockdown è stata nuovamente esclusa nelle ultime ore dal ministro della Salute Roberto Speranza che ha dichiarato: “L’Italia non si trova in una situazione che richieda lockdown e blocchi regionali”. 

L’ipotesi più accreditata che sta prendendo piede soprattutto in ambito scientifico è quella dei cosidetti “lockdown intermittenti” ovvero chiusure parziali e mirate a prevenire o arginare i nuovi contagi laddove dovessero manifestarsi. Anche perché si fa strada sempre di più la prospettiva di dover convivere con il Covid per un periodo relativamente lungo (si parla di almeno due anni) fatto questo che renderebbe impossibile poter pensare di fermare intere regioni per settimane o mesi.

Ma secondo alcuni scienziati questa ipotesi delle chiusure intermittenti potrebbe essere effettuata soltanto in presenza di un potenziamento dei sistemi di tracciamento che consentirebbero di individuare ed isolare in tempi rapidi i potenziali focolai. Ne hanno parlato alcuni epidemiologi sulla rivista Nature, le cui risultanze sono state poi riportate dall’Ansa. Il fisico Enzo Marinari dell’Università La Sapienza di Roma ha specificato: “Fin dall’inizio della pandemia si era ipotizzato che dopo la fase acuta avremmo dovuto essere pronti a fare chiusure rapide e mirate per contenere i contagi ma per realizzare questo obiettivo sarà fondamentale migliorare le procedure, gli algoritmi e le app per il tracciamento dei contatti, che finora hanno funzionato meno di quanto speravamo, in Italia come nel resto del mondo”.

Sotto accusa c’è soprattutto la mobilità e i rientri dalle zone di vacanza, oltre ovviamente ad un abbassamento della guardia da parte delle persone che sempre meno indossano le mascherine, rispettano le distanze e curano l’igiene. Eppoi non si può ovviamente sottacere il problema dell’immigrazione, visti i focolai esplosi negli hotspot soprattutto in Sicilia, al punto da spingere il governatore Nello Musumeci nelle ultime ore a disporre la chiusura dei centri di accoglienza sull’Isola. Provvedimento però bocciato dal Governo che lo ha giudicato illegittimo.

Il rischio maggiore è che possa crearsi uno scontro istituzionale fra Stato e Regioni, con queste ultime pronte a chiudere i propri confini qualora il picco dei contagi dovesse continuare a salire raggiungendo i livelli d’allarme. Ad aprire il fuoco delle dichiarazioni dirompenti è stato anche stavolta il governatore della Campania Vincenzo De Luca, l’unico presidente di Regione a minacciare una simile misura. Gli altri governatori si stanno mantenendo molto cauti, ma da nord a sud c’è forte preoccupazione per la possibilità che una mobilità fuori controllo possa agevolare la circolazione del virus. Come detto dal Governo è arrivato un secco no a questa ipotesi, anche se non sono da escludere zone rosse locali laddove dovessero verificarsi impennate dei contagi. In caso di positivi concentrati e di focolai circoscritti scatterebbe la zona rossa e quindi la chiusura di quartieri o zone.

Ma si tratterebbe comunque dell’ipotesi più estrema. L’obiettivo è prevenire per scongiurare, e questo secondo gli esperti sarà possibile soltanto potenziando i sistemi di tracciamento e aumentando il numero dei tamponi giornalieri attestati attualmente nell’ordine dei 70mila. Si punta ad aumentarli almeno fino a 300mila al giorno. Sarà possibile tutto questo o alla fine dovremo rassegnarci a nuove, inevitabili chiusure?

Resta poi l’incognita dell’apertura delle scuole il 14 settembre. Un’altra situazione difficile da gestire e sulla quale a poche settimane dal suono della campanella sono molte di più le ombre che le luci. 

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