Dpcm, parla Ferrero (SE): “Non tutela né salute, né lavoro. Didattica a distanza è un inganno”

Interviste

“Attenti a demonizzare le proteste di piazza e la didattica a distanza è molto pericolosa”. Lo afferma in questa intervista a Lo Speciale l’ex ministro del Werlfare Paolo Ferrero, ex segretario politico di Rifondazione Comunista e vicepresidente del partito della Sinistra europea che commenta i contenuti dell’ultimo Dpcm e le protest che stanno montando in tutto il Paese.

Il nuovo Dpcm sta provocando una forte tensione sociale nel Paese. Era così difficile evitarla?

“Queste misure non garantiscono i due terzi della popolazione, questo il vero dramma. Ci troviamo con la maggioranza degli italiani che vive del proprio lavoro, priva delle minime tutele. Occorre erogare un reddito minimo per tutti quelli che hanno perso il lavoro o lo stanno perdendo, serve confermare il blocco dei licenziamenti almeno per tutto il 2021 accompagnato dai necessari ammortizzatori sociali per chi si trova più in difficoltà, e servono misure di sostegno per le piccole e medie imprese che stanno chiudendo e che hanno mutui da pagare. E’ chiaro che per garantire tutto questo non si può restare in attesa dei soldi promessi dall’Europa, e non rimane altra strada che imporre una patrimoniale sulla ricchezza. Il decimo più ricco è giunto il momento che aiuti i due terzi più poveri”.

Salute ed economia possono convivere, oppure come sostiene qualcuno se non si muore di Covid si è condannati a morire di fame?

“Mi pare che questo Dpcm non tuteli né la salute, né l’economia. Se la pandemia è tornata con questa virulenza è perché, governo e Regioni, non hanno fatto niente per prevenire il pericolo. Andava predisposto un piano dei tamponi che permettesse di individuare i soggetti positivi in circolazione, asintomatici compresi, durante l’estate quando la pandemia era regredita. Invece i tamponi non si sono fatti e adesso ci ritroviamo nel caos totale. A febbraio era sicuramente difficile capire cosa andasse fatto, ma a giungo era chiarissimo. Sul piano sanitario il governo e le Regioni stanno rincorrendo quello che non hanno fatto prima. Il piano economico invece non c’è perché centrosinistra, centrodestra e M5S si fanno dettare l’agenda da Confindustria”.

Il Paese è in rivolta, le piazze bruciano da Milano a Torino fino a Napoli. Eppure quelle piazze vengono demonizzate come fasciste e camorriste. Anche lei è dello stesso avviso?

“Non diciamo sciocchezze, è evidente che tutte le proteste sono a rischio infiltrazioni della criminalità organizzata o di frange violente, ma questo non può far passare sotto silenzio un dato essenziale. Le persone scese nelle piazze pongono un problema vero, reale, che non trova risposte. Quindi è inutile demonizzare le piazze, vanno affrontati i problemi e trovate le soluzioni. In questo momento credo sia necessario costruire nel campo della sinistra un movimento di protesta forte e coeso che sappia interpretare e catalizzare il malcontento evitando proprio il rischio di infiltrazioni di elementi criminali e violenti. Non si può ignorare il grido di disperazione di chi non vede un futuro davanti. L’Italia è un Paese sostanzialmente ricco, e se questa ricchezza invece di essere detenuta nelle mani di pochi fosse stata redistribuita equamente e si fosse sfruttata per salvaguardare la sanità pubblica invece di distruggerla, oggi probabilmente non ci troveremmo in queste condizioni”.

Altro nodo cruciale è quello della scuola, le classi rischiano di svuotarsi con la didattica a distanza. C’è chi dice che si stanno facendo le prove generali di un nuovo modello di società. E’ d’accordo?

“La scuola è il primo luogo di formazione della personalità e dello sviluppo dei rapporti sociali. La didattica a distanza altro non è che una furbesca modalità con cui si sta pensando di risolvere il problema dell’assenza di investimenti in favore della scuola pubblica. Studiare a distanza ovviamente costa molto meno che studiare in classe. Fare classi da quindici invece che da trenta alunni porta ad aumentare i costi, perché vuol dire rimettere in funzione locali che si sono dismessi, vuol dire assumere più insegnanti e quindi potenziare la scuola. Il Covid ha contribuito a mettere in luce problemi che in realtà denunciamo da anni; aumentare il numero degli alunni per classi in maniera tale da ridurle, significa rinunciare a combattere la dispersione scolastica e ad aiutare gli alunni che hanno maggiori difficoltà di apprendimento. La qualità della scuola non si misura sul numero dei premi nobel che riesce a sfornare, ma su come riesce a garantire un’istruzione adeguata a tutti e spalmata uniformemente in tutto il Paese. Invece di sfruttare l’emergenza Covid per potenziare le classi e aumentarle di numero evitando l’assembramento, si stanno studiando nuovi sistemi per svuotarle del tutto”.

 

Condividi!

Tagged