Cura del plasma contro il Covid, il punto sulla ricerca con l’esperto Francesco Menichetti

Interviste Politica

Si è parlato molto negli ultimi mesi di contrastare il Covid-19 con la cura del plasma, ovvero utilizzando gli anticorpi dei guariti. Ma questa cura a che punto è e quanto è davvero efficace? Quali garanzie e margini di sicurezza è in grado di offrire? Per avere un quadro chiaro della situazione ci siamo rivolti al professor Francesco Menichetti, ordinario di malattie infettive presso l’Università di Pisa, da mesi in prima linea proprio nella ricerca e nell’approfondimento della cura del plasma. Con il professor Menichetti abbiamo poi affrontato anche la questione dei vaccini.

Professore, a che punto è la ricerca sul plasma e quali concrete prospettive di successo è in grado di garantire per curare i malati di Covid?
“La ricerca internazionale più recente relativa all’utilizzo del plasma convalescente contro il Covid 19 non ha dato indicazioni positive. Esistono ad oggi tre studi diversi, uno cinese, un altro indiano ed un terzo argentino. Nessuno dei tre è riuscito a dimostrare l’efficacia del plasma convalescente nella cura del Covid. Va però detto con chiarezza che questi studi presentano alcune criticità rilevanti e hanno un grosso limite, ovvero quello di non avere una sistematica qualificazione del plasma utilizzato. In pratica hanno utilizzato del plasma convalescente non sempre ricco di anticorpi contro il Covid e questo ha inevitabilmente limitato la ricerca”.

Ma la ricerca sta proseguendo, oppure questa strada è destinata ad essere abbandonata?
“Assolutamente no, c’è una ricerca italiana conosciuta come Tsunami che si è conclusa di recente e i cui risultati sono in valutazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Si tratta di una sperimentazione che ha coinvolto circa cinquecento pazienti provenienti da vari centri della Toscana, dell’Umbria, della Lombardia e di altre regioni. Si tratta di una sperimentazione di notevole importanza perché ha utilizzato sistematicamente un plasma ricco di anticorpi e sempre puntualmente con titolo eguale o superiore 1:160. Siamo impazienti di conoscere quali riscontri avrà questo studio, visto che saranno valutati due parametri combinati: la mortalità a trenta giorni e la necessità di ventilazione meccanica in terapia intensiva. Vedremo se l’analisi comparativa dei due gruppi, circa 250 pazienti che hanno ricevuto il plasma e altrettanti che non lo hanno ricevuto, darà risultati significativi. Dovremmo avere una risposta a fine mese”.

La cura del plasma quindi, allo stato attuale, può essere consentita?
“E’ consentita nell’ambito di quello che viene definito ‘uso compassionevole’. Il medico può cioè decidere di trattare il singolo paziente con il plasma convalescente, chiedendo l’autorizzazione al paziente stesso e al comitato etico, e facendosi fornire dal centro trasfusionale le sacche di plasma iperimmune disponibili. Ma si tratta di una cura sperimentale a tutti gli effetti e non standardizzata. Purtroppo la cura del plasma è vittima di due diversi giudizi che sono tra loro opposti e a mio giudizio non giustificati. E’ un errore considerare il plasma un presidio sicuramente salvavita poiché mancano in questo senso evidenze scientifiche. Ci sono regioni, come ad esempio il Veneto, dove il plasma viene utilizzato sistematicamente, al di fuori dei protocolli di ricerca. L’altro giudizio altrettanto errato ed ingiustificato è quello di snobbarlo, considerandolo sicuramente inutile. In realtà il plasma iperimmune ha bisogno di una valutazione clinica molto accurata e rigorosa, che è poi quello che abbiamo cercato di fare noi con Tsunami, un protocollo sponsorizzato inizialmente dall’Università di Pisa, poi sostenuto dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Aifa”.

In modo specifico, come può agire il plasma contro il Covid?
“Il ruolo fondamentale lo giocano gli anticorpi, proprio come avviene con i vaccini, anticorpi neutralizzanti che bloccano la penetrazione del virus nelle cellule dell’ospite. Il plasma dei convalescenti è molto ricco di anticorpi neutralizzanti capaci di svolgere questa funzione. Come terapia antivirale e come profilassi sono sempre gli anticorpi a giocare un ruolo fondamentale. Per questo ritengo più che giustificato l’interesse intorno alla cura del plasma”.

A proposito di vaccini, qual è la sua posizione?
“Il mio giudizio è largamente positivo, perché se è vero che si sono bruciate le tappe per produrlo, è altrettanto vero che nessun passaggio fondamentale è stato saltato. I tempi rapidi sono da attribuire ai vantaggi del progresso bio- tecnologico che ci ha permesso di avere in undici mesi dei preparati vaccinali fatti con RNA messaggero, come nel caso del vaccino Pfizer e del vaccino Moderna che sono già in uso. Il Regno Unito ha già adottato anche il vaccino Astra-Zeneca che sfrutta una piattaforma già nota, quella di un vettore virale, un adenovirus dello scimpanzè che trasporta un filamento di RNAm destinato a produrre anticorpi. Questo incredibile progresso bio- tecnologico e l’ingente investimento di risorse messo in campo, ci consentono di avviare in condizioni di sicurezza la campagna vaccinale. Attenzione però, perché i vaccini devono essere utilizzati, ma nel contempo si deve continuare a studiarli trattandosi comunque di preparati nuovi, la cui sperimentazione preliminare clinica non supera i 3-4 mesi. Inoltre la vaccinazione non deve indurci ad abbandonare i comportamenti responsabili, perché la protezione comunque non è immediata ed automatica. Per il singolo vaccinato ci vuole almeno un mese, considerando che servono due dosi da iniettare a distanza di tre settimane l’una dall’altra, e la protezione scatterà almeno una settimana dopo la seconda dose. Non va dimenticato poi che per favorire una sufficiente immunità di gregge fra la popolazione servirà vaccinare milioni di persone. La strada insomma è ancora lunga”.

Quindi anche lei ritiene che il 2021 sarà ancora un anno di restrizioni, distanziamenti e sacrifici?

“Temo di sì, perché abbiamo davanti tutto l’inverno che sarà lungo e complicato: e il freddo facilita la circolazione dei virus così come la carenza di luce solare. In più saremo costretti a stare al chiuso e dovremo fare i conti, oltre che con il Covid, con la circolazione dell’influenza e delle infezioni respiratorie che si manifestano in modo acuto soprattutto nel mese di febbraio. Inoltre la politica del Governo e delle Regioni non è stata quella di un lockdown duro ma di restrizioni molto più morbide con l’Italia a colori che permette a mio giudizio troppo movimento. Il rischio maggiore lo intravedo a breve con la riapertura delle scuole che rischia di avvenire nelle stesse condizioni di settembre, fatto questo che inevitabilmente favorirà la temutissima terza ondata”.

Lei si è appena vaccinato, ma tanta gente ha paura di farlo perché teme conseguenze negative. Che appello si sente di fare a queste persone per tranquillizzarle e convincerle?
“E’ naturale avere paura, non mi scandalizzo certo per questo. Trovo assurdo tuttavia che la gente, e anche alcuni miei colleghi medici, abbiano più paura di vaccinarsi che di contrarre il Covid. Paradossalmente si teme più la potenziale protezione, rispetto al rischio della malattia. C’è un retaggio culturale che a mio giudizio va combattuto con una corretta informazione, facendo capire che i vaccini di oggi non sono più quelli di una volta e che comunque la si pensi ci hanno allungato di molto la vita combattendo malattie letali come il vaiolo, la poliomielite, il morbillo. Non si prevede più l’inoculo del virus, ma al massimo di un frammento genomico senza virus che serve ad indurre la formazione di anticorpi. I vaccini odierni non hanno nulla di patogeno, al massimo si potrà avere un po’ di febbre, del dolore o del gonfiore sul braccio, delle reazioni allergiche, ma nulla di più. Per questo dico che i vaccini vanno studiati a fondo anche dopo che sono stati prodotti, ma non ha senso farsi prendere da timori immotivati e senza fondamenti scientifici. La scelta vaccinale è il frutto di un bilancio tra protezione dalla malattia e rischio correlato alla malattia stessa, in questo caso il Covid. Cosa pesa di più in termini di rischi e benefici? Io ritengo che il rischio del vaccino sia infinitamente minore di quello del Covid, soprattutto per le categorie più fragili che sono le prime cui il vaccino viene offerto, ovvero gli operatori sanitari, gli ospiti delle Rsa e gli ultra ottantenni su cui è maggiormente concentrato il tasso della mortalità. Poi ovviamente servirà farlo anche ai giovani per favorire l’immunità di gregge e bloccare la circolazione del Covid. Per ora sappiamo che i vaccini che stiamo utilizzando impediranno alla malattia di manifestarsi in forma grave; sappiamo meno rispetto agli effetti della diffusione dell’infezione. Quindi se mi vaccino sarò protetto dalla malattia ma potrei comunque contrarre l’infezione e rappresentare una fonte di contagio per gli altri. E’ necssario avere maggiori informazioni sul punto. Quindi, in attesa che la ricerca prosegua e chiarisca i dubbi ancora in campo, non resta che mantenere tutte le necessarie precauzioni, vaccinandosi ma senza abbassare la guardia”.

 

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