Crisi. Dietro il Fico spunta il governo del tavolo. Con Renzi regista

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Dopo le tante formule che in questi giorni hanno divertito e impegnato i notisti politici (anche i più fantasiosi), e annoiato, indispettito, depresso gli italiani, tipo governo istituzionale, di unità o salvezza nazionale, governo Ursula, di scopo, centro-sinistra allargato, centro-destra, con i responsabili, i costruttori, i voltagabbana, adesso al lessico delle manovre in corso, si è aggiunto il suggestivo “governo del tavolo”.

Il presidente della Camera Fico, prima di concludere la sua esplorazione, con la ricetta “in mano” da consegnare nelle “mani” del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, evidentemente le sta provando tutte: ha riunito le delegazioni dei partiti direttamente coinvolti nel prolungamento dell’esperienza giallorossa, per vedere di appiccicare contenuti e programmi condivisi. Dopo di che, si parlerà di persone e di capi. Un binario che, c’è da giurarlo, al momento non dispiace. Renzi stesso, dice che in settimana avremo il nuovo governo.

Innanzitutto come funziona questo tavolo? Ecco serviti menù e posate: la forma è rettangolare e la location del banchetto è presso la Sala della Lupa di Montecitorio, allestita in modo da garantire la distanza di sicurezza anti-Covid. I protagonisti? I capigruppo e i “tecnici”, scelti da ogni partito, circa una quindicina, i quali cercheranno di raggiungere una sintesi sui vari temi che dovranno poi, costituire la base di quel “patto scritto”, come richiesto da Matteo Renzi, o un “cronoprogramma”, firmato “solennemente e pubblicamente”, come invece, ha scandito Vito Crimi; o il “patto di fine legislatura”, voluto da Nicola Zingaretti.

L’impresa non è semplice e lo stesso Fico ne è consapevole. Tanto più perché il leader di Italia viva continua a giocare la partita a carte coperte, senza sciogliere il nodo sul nome del premier; nome che per M5s e Pd non può che essere quello di Giuseppe Conte.

Intanto, impazza il toto-nomi dei ministri della possibile nuova squadra di governo, sempre che alla fine i cocci della maggioranza uscente si riescano a ricomporre.
Cerchiamo di tradurre il menù e la successiva probabile digestione. Renzi ha già vinto tre volte. Primo, ha messo in crisi il governo Conte-2; secondo, sta facendo il regista di questa fase (contenuti e poi il nome, sapendo benissimo che i contenuti saranno la catena con la quale saranno vincolati sia il premier dimissionario, sia la futura maggioranza).
E comunque vada, per lui sarà un successo: se resta Conte, lo avrà indebolito; se arriva un altro, lo avrà obbligato ai temi: sì al Mes, no al reddito di cittadinanza; almeno tre ministri uomini di Iv. E ancora: giustizia, 007, politica estera, economica.

Non è un caso, infatti, che i grillini parlano di cronoprogramma. E’ un concetto elastico, liquido, più simile a come sono diventati loro; un magma in grado di sostenere e confutare qualsiasi cosa. Già hanno fatto clamorosi sforzi, accettando il ritorno a casa di Renzi, ma perdere due volte, no (rinunciare, ad esempio, al reddito di cittadinanza).

Più “vecchia scuola” il concetto di tavolo del Pd: patto di legislatura. Un’idea classica della politica, basata su un collante ideologico, che verosimilmente sarà l’europeismo, assurto a categoria etica, l’anti-sovranismo, tanto per sfilare Fi da Salvini, la modernizzazione laicista e la gestione illuminata del Recovery.
Vedremo come andrà a finire. Altrimenti si allestirà un altro tavolo.

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