Governo. Nell’apertura a Draghi, il segno del fallimento di Zingaretti

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Dopo aver recitato la parte del pompiere, dell’arbitro tra Conte e i grillini, del garante di Bruxelles, Zingaretti ora ha aperto a Super-Mario2.0: «Con l’incarico a Mario Draghi si apre una fase nuova che può portare il Paese fuori dall’incertezza, creata da una crisi irresponsabile e assurda. Siamo pronti a contribuire con le nostre idee a questa sfida». E’ questo il succo degli incontri delle ultime ore con ciò che resta degli orfani di Conte, in preda a deliri, amarezza, rabbia e frustrazione.

Se è vero, che la crisi ha avuto una dinamica strana, singolare, atipica rispetto alla normale prassi costituzionale, è anche vero che l’incertezza non nasce da quando Renzi ha deciso di staccare la spina. Ma è stato il Dna costante del governo Conte-2: confusione sui progetti del Recovery, gestione contraddittoria e lacunosa dell’emergenza pandemica, disastro economico, mancanza di idee e visioni alte della politica e della società.

Se poi, il capo dello Stato, nel suo clamoroso stop al voto dell’altro giorno, ha invocato un governo di “alto profilo”, vuol dire che l’esecutivo giallorosso era ormai (come è stato) di basso profilo. Una sentenza inoppugnabile.
Quello che più sconcerta e fa riflettere è la posizione sempre galleggiante di Zingaretti. Un atteggiamento politico, a metà strada tra l’impotenza e l’astrazione ideologica.
Se pensiamo a come si è mosso durante le negoziazioni, durante il tavolo tematico di Fico, delle due l’una: o la sua classe dirigente è ottusa o, al di là delle rassicurazioni e dichiarazioni ufficiali che hanno invaso i media, ha condiviso nella sostanza la fine di Conte.

Classe dirigente e suo leader, a di poco tiepidi, sbiaditi, senza energia, posizioni nette, che hanno venduto al popolo come prudenza e saggezza politica. Ma dietro questa patina, ormai è chiaro, c’è il nulla.
Tocca quasi dare ragione a Concita De Gregorio, che ha accusato Zinga di essere un tappo di sughero in balia di ogni corrente. E ricevendo per tutta risposta una replica machista non da poco: “Non prendo lezioni da una radical-chic”. Questo scontro, parte da molto lontano

Riguarda l’abisso incolmabile tra cultura e politica di sinistra. Un rapporto che si è andato deteriorando da un pezzo. Da quando il Pd “da partito degli ultimi” (gli oppressi, i poveri, i lavoratori etc), si è trasformato nel “partito dei primi”, dei garantiti, dei poteri forti, dei diritti civili e non sociali, dei conservatori dello status quo.
Dove sono finite le Frattocchie? Vera fucina di selezione della classe dirigente? La sequela di sigle (Pci, Pds, Ds, Pd), sono il termometro di una frattura, di una modernizzazione che il partito non ha saputo metabolizzare, perdendo il contatto sia con la sua identità storica, sia con una attualizzazione che non fosse l’adesione passiva al pensiero unico. Al politicamente e culturalmente corretto.

Il Pd non è più neo-post-comunista, non è più social-democratico, clintoniano, liberal-democratico; non è soltanto liberal, radical, radicale di massa. Cos’è? O meglio, cosa è rimasto di una tradizione importante della nostra res-publica? Un filone che ha contribuito a costruire la nostra Costituzione?
Forse l’equivoco sta proprio nella fine del Pci e nel significato del discorso della Bolognina. Quando Occhetto disse che il punto di riferimento era la Rivoluzione Francese. Non specificando quale filone: quello liberal-costituzionale che va dal 1789 al 1792, o il filone giacobino di Robespierre e del Terrore?
L’ultimo tentativo di creare un collante Zingaretti, è stato enfatizzando la categoria-europeismo come scelta etica. Tentativo bocciato da Luca Ricolfi. Conclusione. Il Pd è alla frutta. Non gli resta che continuare a gridare vita natural-durante al pericolo fascista, rideclinato in sovranismo.
Ma non basta più.

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