Governo. La nuova comunicazione di Draghi e la fine della Terza Repubblica

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Draghi non twitta, non posta su Facebook, non detta comunicati, non indice conferenze stampa, non dialoga enfaticamente con i giornalisti. Non è solo questione di stile personale, ma soprattutto un cambio di paradigma. Una rottura evidente, dopo anni di clamore, di politica-spettacolo, risse televisive, culto della leadership.
Per capire questo “nuovo”, bisogna ricordare le caratteristiche della terza Repubblica, che è finita proprio con la chiamata quirinalizia dell’ex governatore della Bce.

Riassumiamone il perimetro. Stiamo parlando dell’era dei partiti “post-ideologici-informatici”. Al centro della “rivoluzione del 2009” (che a sua volta, ha rappresentato una grande discontinuità rispetto al passato, con partiti che sono stati prima “ideologici”, e poi con Berlusconi, “mediatico-televisivi”), ovviamente i 5Stelle.
Anni prima sarebbe stato impensabile un soggetto politico che fondava su una piattaforma la politica, il programma, la selezione della classe dirigente e addirittura i sì e i no ai governi, tanto da esautorare di fatto la democrazia parlamentare e i suoi luoghi istituzionali (Camera e Senato).

Una rivoluzione alla quale gradualmente si sono accodati tutti gli altri, in primis, la Lega2.0 di Salvini, maestro dei like, dei selfie, della personalizzazione della comunicazione politica, del contatto fisico col popolo.
E poi, il “nemico”, un’altra peculiarità della Terza Repubblica: immigrati, criminalità e Ue, per la Lega; la casta, il regime, per i grillini.
Ora tutto questo è finito. Il tramonto delle due esperienze (il governo gialloverde e il governo giallorosso), non ha condotto soltanto al commissariamento della politica, con le conseguenze che vedremo, in termini di rapporto diretto tra Bruxelles e Roma, di nuova globalizzazione, di pensiero unico economicista, ma anche alla costruzione di una res-publica alternativa.

D’altra parte, nella nostra storia repubblicana il ciclo dei tecnici che hanno surrogato la politica, non è una novità. Ciampi, Dini, Monti, hanno già segnato e certificato dei periodi giudicati dagli italiani in modo diametralmente opposto: un dramma, una macelleria sociale, o la salvezza, il miracolo.
Tornando a Draghi, il non parlare, il silenzio, indubbiamente gli conferisce autorevolezza. E a livello generale, esprime distanza, rispetto per i ruoli, per le istituzioni troppo a lungo oggetto di un attacco dal basso che ha depresso il senso dello Stato.

Con la fine della Terza Repubblica, finisce pure “l’uno vale uno”, autentica fiction democratica, che invece è riuscita unicamente a stravolgere, avvelenare proprio la democrazia. Consegnandoci una classe dirigente, salvo lodevoli eccezioni, incompetente, demagogica, espressione di un’inguaribile invidia sociale. Un male che la storia dei popoli conosce bene: che porta o alle dittature, o a Robespierre o appunto, al commissariamento della politica. In favore proprio di quelle caste, che nel nostro caso, i grillini, hanno combattuto. O dicevano di combattere. E il paradosso, è che solo gli uomini dei poteri forti, in questo momento, sono preparati e competenti. Col governo Draghi, più tecnico che politico, siamo all’alba di un’altra leadership.

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