Governo Draghi. Perché sì. Sinistra e destra costrette a cambiare. Ecco perché

Politica

Governo Draghi. Il buongiorno si vede dal mattino. La mia non è un’adesione, ma un’apertura di credito. I processi storici non vanno subìti, ma gestiti. Al meglio. E quando si apre un nuovo capitolo, bisogna esserci. Altrimenti si è evanescenti, velleitari, si rimane ai margini, o per convenienza partitica o per mera chiusura ideologica.

In ogni caso, va detto, non c’è il bene contrapposto al male, ma la complessità, la mediazione, il bene comune, l’interesse generale dell’Italia (è il Dna della democrazia parlamentare), e, dall’altra parte, la semplificazione, il pregiudizio, la cecità. Un salto in avanti che deve interessare e obbligare a un approfondimento e a decisioni vere, cultura, esperti, politici, giornalisti, osservatori.

Qual è oggi il processo storico che ci riguarda? Si chiama “ricostruzione nazionale” che, di fronte all’emergenza pandemica, la crisi economica, implica uno sforzo creativo, che non può essere letto, giudicato, approvato o condannato, seguendo schemi o letture di parte. Bisogna essere dei veri patrioti. E soprattutto razionali.
E poi, c’è l’oggettivo fallimento della Terza Repubblica populista, con i suoi protagonisti dal basso, con la loro demagogia, incompetenza, superficialità. Che hanno creato le condizioni dell’attuale commissariamento della politica: dal “governo degli incompetenti”, al “governo dei competenti”. Perché è il vulnus secolare della selezione della nostra classe dirigente (è purtroppo un dato costante), che senza scuole di alta formazione politica, i rappresentanti dei poteri forti siano gli unici in grado di amministrare degnamente la cosa pubblica. E che “l’uno vale uno” è imploso miseramente. Aprendo alla necessità delle élites.

Dunque, il governo Draghi è un governo politico-tecnico o tecnico-politico? E’ un governo, nel bene e nel male, sia tecnico, sia politico. Il rapporto è di 15 ministri a 8. 15 politici (a cui si aggiungerà la pattuglia politica di sottosegretari), e 8 tecnici. Draghi, conti alla mano, si è assicurato i ministeri-chiave, quelli che decideranno sui soldi europei (Economia, Transizione ecologica, Infrastrutture e Trasporti, Innovazione tecnologica), e ha demandato gli altri posti tecnici agli uomini del Quirinale: Interni, Giustizia, Salute e Difesa. Confermando la regia di Mattarella sull’intera operazione.

Per il resto, a livello politico, codice Cencelli: 4 dicasteri ai 5Stelle, 3 a Pd, Lega e Fi, 1 a Leu e 1 a Iv. Seguendo le rigide e matematiche regole della rappresentanza parlamentare.
Sul piano politico, non è una “maggioranza Ursula”, non c’è continuità rispetto al Conte-2, ma parecchia discontinuità. Non vedremo più Conte, Casalino, Gualtieri, l’Azzolina, la De Micheli, i giustizialisti alla Bonafede.
Sicuramente la composizione governativa riflette una nuova concezione del bipolarismo e della trasversalità politica, che molto probabilmente rivedremo in occasione della prossima elezione del capo dello Stato. Draghi insomma, si sta costruendo una sua maggioranza presidenziale (questo governo durerà quasi sicuramente un anno).

Conte se ne è andato con la sua gestione balbettante e napoleonica. E ora ha il problema della sua ricollocazione. Le strade sono tre: o il padre nobile di una rinascita grillina, o il leader di un suo partito centrista, modello Monti, cui dovrebbero aggregarsi i responsabili di Italia23, o il federatore di un nuovo Ulivo.
Zingaretti non esulta, né piange. I dem continuano nella loro marcia normalizzatrice. Hanno mollato Conte, nel nome di un esecutivo a trazione europeista, con l’incubo della presenza ingombrante e pesante di Salvini.
Sui temi come immigrazione, giustizia, sicurezza, ci sarà battaglia con gli alleati, anche se Draghi darà altre prospettive al governo (le sue priorità sono il perimetro del Recovery: digitalizzazione, vaccini, green economy).
E l’unica comunicazione che farà il Pd sarà di convincere la base sulla conversione sulla via di Damasco della Lega.

Una cosa è certa: il centro-destra non sarà più quello di prima. Vedremo se alle incombenti amministrative (a partire da Roma) ritroverà una compattezza e una linea comune di attacco; ma sul perimetro nazionale e politico, Salvini e la Meloni, non sono stati mai così distanti, nemmeno al tempo del varo del governo gialloverde.

Va detto che Draghi ha imposto il suo metodo: non ha comunicato preventivamente il nome dei ministri e ha fatto di testa sua. Scegliendo i meno sovranisti del gruppo.

Lega: Giorgetti è un suo amico personale e come Garavaglia e la Stefani, si tratta di moderati, liberali, non certo di uomini come Borghi, Bagnai e Rinaldi, legittimamente simboli della Lega euroscettica. Stesso discorso per quanto riguarda Fi: il premier non ha pescato Tajani o la Bernini, più vicini alle posizioni destriste-conservatrici, ma Brunetta (suo amico personale), la Gelmini e la Carfagna, da tempo su posizioni centriste e laiciste.

In soldoni, questa fase può essere vissuta come un momento particolare, una necessaria messa in sicurezza, un obbligo pragmatico, oppure come l’occasione per ripensare e declinare su basi nuove scelte e identità politiche. Anche perché i rispettivi elettori sono in rivolta, gridano al tradimento.

Più che negare il sovranismo, potrebbe nascere l’era del “sovranismo intelligente”, “compatibile”, come ha scritto Veneziani, oppure di un “sovranismo costituzionale”, che non abiura ai suoi principi, ma attualizza il suo codice genetico. Archiviando il periodo del “sovranismo infantile”, populista e impolitico, che rischia di condannare milioni di persone in una bolla incapacitante, ideologica, da spot inutile, comodo a parole, ma illusorio nei fatti: senza riposte immediate a chi chiede soluzioni oggi, dai ristoratori alle partite Iva, dai negozianti alle Pmi.

Mattarella ha vinto la partita. Incalzato tra chi diceva “o Conte o il voto” e l’indisponibilità di destra e sinistra a una ipotesi di lavoro comune, è riuscito nell’impresa di moderare le estreme, intorno alla figura prestigiosa di Draghi. Assicurandosi un erede, evitando la sua rielezione. Dopo di che, si vedrà.

Condividi!

Tagged
Fabio Torriero
Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione