Crisi-dem. Zingaretti lascia o raddoppia? Draghi e i 5Stelle ora hanno paura

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Una cosa è certa, voleva andarsene alle Maldive, per ora se ne è andato dalla sede del Nazareno.
Le parole di Zingaretti sono inequivocabili e anche preoccupanti: “stillicidio”, “guerriglia”, “bersaglio” e soprattutto “vergogna”.

Termini che evidenziano un problema non da poco. “Stillicidio” e “guerriglia” sono legati agli scontri che stanno consumando un po’ tutti nel Pd. E’ noto che le varie componenti interne siano le une contro le altre armate. Hanno subìto il governo giallorosso, hanno subìto la congiura di Renzi, hanno subìto l’arrivo salvifico di Draghi. E non hanno gradito la scarsa rappresentanza ministeriale, specialmente a discapito delle donne, considerando che la sinistra storicamente e ideologicamente sta, come recita lo slogan affisso nella sala della Direzione, “dalla parte delle persone” (intese come categorie sottostimate). Quindi ora, i nemici intestini di Zingaretti l’hanno portato sull’orlo di questa ulteriore crisi di nervi. Scriverà nei prossimi giorni la lettera di dimissioni, che ufficializzeranno di fatto una “vacatio-legis” dalle prospettive difficili e complicate.

Da questo punto di vista si può capire l’altro termine usato dal segretario dimissionario, “bersaglio”, poiché tutte le succitate scelte le ha fatte lui, e infine, la parola “vergogna”, il giudizio che ha dato dell’intera faccenda. “Ma come – sue dichiarazioni – di fronte ad una nuova emergenza pandemica, di fronte all’emergenza economica, il partito si dimena e dibatte, per questioni da prima Repubblica, le poltrone?”. Inconcepibile.
Cosa succederà ora? Innanzitutto lo stato maggiore dem non si aspettava questa scelta. Aveva già sottovalutato il desiderio del presidente della Regione Lazio di scappare alle Maldive.

Il 13 e 14 marzo ci sarà la nuova Assemblea. Vedremo se le dimissioni saranno date, ufficializzate. E se sì, in un mese c’è il tempo per fare tutti i giochi. Al momento il partito è sotto choc: “Nessuno sapeva niente”. Da Boccia a Delrio, tanti gli appelli a ripensarci.
Come detto, le correnti interne rimproverano a Zingaretti l’asse con i 5Stelle, un eccessivo appiattimento sull’area giallorossa (un nuovo schieramento sia per il governo sia per le elezioni), e la sostanziale convergenza con Conte, che nelle sue nuove vesti di leader del Movimento2.0 (centrista, moderato, liberale, come dice Di Maio), potrebbe portare via molti voti al Pd e costringerlo a scivolare verso una sinistra più tosta. E poi, appunto, la questione femminile, che ha visto la destra rappresentarle meglio nella compagine governativa, e la sinistra dare un’immagine ridicola, maschilista (scandalo per il progressismo).

Comunque vada, potrebbe esserci un effetto-domino per Draghi. Un’alterazione degli equilibri. Non a caso, lo stato maggiore grillino si è immediatamente schierato con Zingaretti. Da Crimi a Di Maio, per finire a Conte, si sono espressi chiaramente. Sentite cosa ha scritto l’ex premier: “Le dimissioni di Zingaretti non mi lasciano indifferente. Seguo con rispetto e non intendo commentare le dinamiche di vita interna del Pd. Ma rimango dispiaciuto per questa decisione, evidentemente sofferta. Non avevo avuto occasione, prima della formazione del governo precedente, di conoscerlo. Successivamente, ho avuto la possibilità di confrontarmi con lui molto spesso, in particolare dopo la pandemia. Ho così conosciuto e apprezzato un leader solido e leale, che è riuscito a condividere, anche nei passaggi più critici, la visione del bene superiore della collettività”.
A metà tra un epitaffio e un timore a 360gradi.

Di diverso tenore le dichiarazioni dei fratelli-coltelli dem. Ad esempio, quella del vicesegretario Andrea Orlando: “Credo che la sua scelta implichi e richieda uno scatto e una risposta unitaria, e unitariamente bisogna chiedergli di ripensare la sua decisione. Il Pd ha bisogno di un punto di riferimento per affrontare le sfide e le battaglie che ci sono. Credo che dovremo fare tutti il possibile perché ci ripensi”.
Anche perché in molti, nemici interni compresi, sono convinti che si tratti unicamente di una mossa per farsi ridare più ampi poteri in vista degli assetti e delle decisioni future.

A questo punto, meno male che il voto romano sia stato spostato in autunno. Al di là della nomenklatura, delle correnti e dei leader del Pd, resta il fatto che è un partito che ha perso la sua identità da decenni. Non è più laburista, socialdemocratico, clintoniano, neo-post-comunista, liberal-progressista. E’ solo vagamente radicale di massa, liberal, radical. Poco per la grande tradizione che dice di incarnare.
Almeno che queste dimissioni servano a ridefinirlo seriamente.

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