Telenovela Meghan: vuole copiare Lady D, ma lo scontro è tra monarchia e repubblica

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Ora ci sarà la gara ad enfatizzare l’intervista di Meghan e Harry: la coppia che usa il blasone per il brand e la libertà moderna per il business. Con un filo-conduttore: la ri-evocazione del fantasma e del messaggio di Lady D. Il circo mediatico, infatti, l’ha capito e oggi ha tutto l’interesse a ricreare le condizioni choc che hanno caratterizzato specialmente l’ultima fase della vita di Lady D (non a caso la madre di Harry).

Meghan, quindi, come Lady D: la libertà, la dignità della donna, il diritto a essere rispettata, a fare come si vuole, a inseguire desideri e sogni, il diritto a gestire i propri figli e dall’altra, una dinastia di oscurantisti, di mummie, una corte incrostata da pregiudizi e disumanità. Meglio la repubblica, sinonimo di democrazia. Come se la monarchia fosse l’emblema della dittatura e del passato. Basti analizzare le tante Corone europee per rendersene conto e comprendere la verità. E fare la differenza con certe repubbliche.

Una storia che si ripete: anche presso la stampa inglese e non solo. Ora come allora, qualcuno già parla di “pericoloso colpo inferto alla monarchia”. E da adesso in poi, sicuramente questo copione sarà un mantra. E ci guadagneranno tutti: giornali, tv, politici, la stessa coppia.
Una cosa è certa, siamo solo ai bordi di partenza di una nuova “eccitante” fiction.

La trama? In linea col politicamente corretto. Meghan nelle sue risposte da attrice consumata, condivise da un Harry (totalmente supino al pensiero della moglie), ha tirato fuori tutto l’armamentario radical e liberal possibile. Accusando di razzismo gli Windsor. La famiglia reale avrebbe avuto da ridire sul fatto che il piccolo Archie, il figlio dei duchi di Sussex, rischiava di avere la pelle “troppo scura”. Un colore evidentemente “non armonico” col trono.

Quel che è peggio, è che sia Harry, sia Meghan non hanno voluto rivelare chi fosse l’autore dei commenti (una tecnica furba di comunicazione, da rimandare magari ad altre puntate tv): lasciando quindi planare il sospetto su tutti i reali (anche se poi è stato precisato che sotto accusa non ci sono né Elisabetta né Filippo). E comunque, il principe Filippo ha da decenni abituato il popolo inglese e non solo, alle sue battute “gotiche”. Se è stato, lui non sarebbe una novità e nemmeno un’affermazione così grave, collegata cioè, a ragioni ideologiche. E’ ironia, punto. La satira vale solo quando sul banco degli imputati c’è la destra?

Ma il dibattito è aperto. Oggetto dunque, il razzismo: una cosa inaccettabile per i “cittadini del mondo”, i progressisti, specialmente gli americani; al punto che il governo inglese, inseguendo la scia e il timore dell’effetto dei luoghi comuni, ha immediatamente ridimensionato la portata delle affermazioni della duchessa: “Non c’è posto per il razzismo nella nostra società”. Mentre i laburisti hanno addirittura reclamato un’inchiesta da parte di Buckingham Palace. Per scoprire cosa? Una battuta a cena o in privato?

Polverone e interessi politici a parte, la maggioranza dei sudditi di Sua Maestà ha chiesto di azzerare totalmente ogni prerogativa regale alla giovane coppia.
Quello che pare, è ormai la deriva contestatrice e anarcoide che i due hanno preso. Se pensiamo al business collegato e alla smania di protagonismo aziendale che hanno, il rischio è che la fiction assuma in futuro forme ancora più polemiche, esattamente come accadde per Lady D: un crescendo rossiniano.

Ma c’è un ma: i tempi sono cambiati. La regina Elisabetta è un’icona vivente. Intoccabile. Rappresenta l’unità nazionale, la patria, la tradizione e l’orgoglio di un’identità che sta sopra la destra e la sinistra. Il suo prestigio e le sue capacità sono universalmente riconosciuti. Ed è figlio di Lady D anche William, erede al trono, che in quanto a stile, contegno, atteggiamento e portamento regale, comunicazione, scelte sentimentali, è l’opposto del fratello. Se ha sofferto da piccolo il secondogenito, tanto da essere ostile alla Dinastia, ha sofferto anche il primo. Una conflittualità tipica delle migliori famiglie.

E peccato, perché Harry, prima dell’attuale deriva, era riuscito a interpretare un lato giocoso e dissacrante, presente nel popolo. Tale da far identificare molti giovani nelle dinamiche dinastiche. Ma dal matrimonio in poi, ha esagerato. Nelle frasi, nelle posizioni, nelle decisioni. Attenzione, tutto legittimo, se non fosse un principe reale anche se “declassato”. Con una storia, un compito, un dovere di rappresentanza. Harry con Meghan ha mollato i doveri e ha scelto unicamente i diritti. Anzi, la loro mistica (“interessata”).

La verità in tutta questa telenovela, al di là degli aspetti personali, è il millenario scontro tra la cultura americana (intrinsecamente repubblicana) e quella inglese (radicalmente monarchica). La cultura americana si basa sull’io, l’individualismo, la propria indiscutibile autodeterminazione e autoaffermazione. Valori che trovano la loro esaltazione a livello politico nella missione salvifica dei partiti e del presidente della Repubblica. Ed esaltazione economica nel cittadino fai da te.

La cultura inglese, invece, sul piano istituzionale mette al centro lo Stato, l’impersonalismo dinastico, l’individuo con funzioni regali abbandona i panni egotici e veste quelli pubblici, neutrali. In America il capo è il capitano; nel Regno Unito è l’arbitro, l’incarnazione vivente di tutti. Non può limitarsi o farsi condizionare dalle proprie passioni, dai propri sentimentalismi privati, modello-Barbara D’Urso.
William ed Harry sono il simbolo di questa differenza. Il futuro re, William, questo ruolo l’ha capito e lo sta svolgendo egregiamente. Non a caso ha chiuso in rapporti col fratello. Harry, dal canto suo, ha sposato la cultura della moglie. E i risultati si vedranno. Nel bene e nel male.

Fabio Torriero

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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